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Arcimboldo, Le Jene e noi, gioiosi inquieti decadenti pieni di semi

Un ragazzo sfregia una professoressa, un genitore aggredisce un professore, un professore ricatta sessualmente un’allieva, si consuma bullismo tra i banchi, ogni diversità viene perseguitata e insultata e oltraggiata, insegnanti maltrattano bambini alla scuola materna..e la lista di quello che sta avvenendo nella scuola potrebbe andare avanti.

Pensando a tutto questo mi viene in mente un quadro di Arcimboldo, “Il cuoco” che, osservato da un certo punto di vista, mostra delle pietanze sul vassoio e, da un altro punto di vista mostra il viso un po’ inquietante di un uomo. Analizzando questo pittore spesso parlano di gioco, di scherzo, di scelta burlesca  ma ,indubbiamente, anche negli altri suoi quadri quella che prevale é l’inquietudine.

E’ vero, quello che sta succedendo ovunque e quindi anche nelle scuole é lo scatenarsi di una inaccettabile violenza che, bagnata di apparente qualunquismo e menefreghismo, é ancora più inaccettabile di quando la molla che la scatena é un ideale. Questo della inaccettabilità é il punto di vista più ovvio che nessuno, credo, potrebbe negare.

Ma quel quadro di Arcimboldo, visto sottosopra mostra ben altro. Anche tutta la situazione nella scuola e altrove, meditata da un altro punto di vista mostra ben altro. E il viso del cuoco in Arcimboldo non ha l’espressione serena  di un uomo che gioca, ride e prende in giro, non sembra che si stia divertendo a girare tutto sottosopra. Non é una puntata di “Scherzi a parte” quella che stiamo vivendo. Mi ricorda di più un servizio delle Jene la nostra vita oggi. Dobbiamo stare tutti all’erta, é sotto osservazione quello che facciamo, quello che diciamo, quello che scriviamo. Un vaffanculo di un ragazzo al professore, un tempo gesto estremo punito ma sotto sotto accettato perché spesso detto per protesta, per provare ad affermare se stesso e la propria adolescenza, oggi si trasforma. Diventa un accoltellamento fatto per mancanza di coinvolgimento nella propria vita e in quella degli altri.,per assenza dalla propria realtà e da quella del mondo. Un professore che un tempo si poteva innamorare di un’allieva o di un allievo e fare con lei o con lui qualche pazzia, oggi diventa un docente che ricatta , non per amore, ma per potere. Il potere di trascinarsi i suoi giorni con uno stimolo nuovo, forse uno come tanti altri possibili.

Ma allora perché parlo di altri punti di vista per giudicare tutto questo? Perché questo squallore non é possibile che sia fine a se stesso e forse dobbiamo ammettere di essere in un periodo di decadenza: la storia del mondo passa sempre attraverso tre fasi, quella iniziale di sperimentazione, una intermedia di massimo sviluppo e una finale di decadenza. L’abbiamo studiato a scuola e spesso non capivamo cosa volesse dire questa “decadenza”. Eccola qui! Ma cosa c’é sempre dopo la decadenza se non la rinascita per ricominciare da capo? E, lo sappiamo, ogni nuovo passaggio é sempre-e deve esserlo- una salita ad un piano più in alto. Una crescita, insomma.

E a noi probabilmente é capitato di vivere nell’epoca decadente, l’avreste mai detto? Ma se siamo qui in questo preciso momento storico cui seguirà la rinascita non é che magari voglia dire che noi, proprio noi, abbiamo i semi giusti da piantare e spargere perché questa rinascita – che forse noi non vedremo sbocciare ma solo timidamente fare capolino- possa avvenire? Pensiamoci..

 

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Vivere da Alieni

Camminiamo sulle uova, assicurandoci ad ogni passo che tutto sia ancora come era ieri. Così ci perdiamo il miracolo. Attenti soltanto alle uova e all’ordine delle cose soffochiamo lo stupore e restiamo dentro ai limiti del mondo, così come l’abbiamo sempre visto. E non ci chiediamo il perché, non ci facciamo creatori, autori capaci di aggiungere qualcosa di nuovo al mondo per farlo crescere. Camminando sulle uova ci limitiamo a fare i guardiani di quello che é sempre stato, rimpicciolendoci per adattarci ai confini che crediamo siano invalicabili. Impariamo ad adattarci e ci illudiamo che quello che ci hanno detto sia vero e continuiamo  a essere quello che siamo stati credendo che gli altri volessero fossimo così. E viviamo di tutti i “non si può” di cui ci hanno parlato convincendoci che siano i limiti stabiliti. A meno che siamo degli Alieni, uomini e donne che ad un certo punto della loro vita hanno deciso di portarsi fuori, di vivere con i loro ritmi, con i loro bisogni e le loro credenze spesso diverse da quelle degli altri; uomini e donne che ad ogni bivio scelgono di prendere la strada nuova anche senza avere la certezza che sia la via migliore. Non ne sono certi ma sanno seguire la spinta a scegliere di nuovo anziché confermare la realtà conosciuta. Non é facile. Cassandra era un’aliena , aveva il dono di poter vedere, nel suo eterno presente, quello che si sarebbe poi avverato nel piano del tempo lineare. Il suo dramma: nessuno le credeva ma lei sapeva, era certa ogni volta di ciò che aveva visto, proprio perché i suoi occhi erano aperti al di là dello Spazio e del Tempo. Anche Leonardo era un alieno, e lo erano Giulio Verne , Baudelaire, Dante Alighieri, Saffo e Giordano Bruno, ognuno con il proprio modo di viversi fuori degli schemi, al di là di una norma e di una legge eteronome. Ma potremmo supporre che anche Fantozzi sia un Alieno, come lo sono i personaggi sveviani e il Raskolnikov di Dostoievskji, il mitico Pippo disneyano o gli homeless lungo la Senna. Alcuni di loro si sentono separati, come se ci fosse un velo tra loro e il resto del mondo, altri si credono inferiori, temono di non farcela a sopravvivere ad una società che parla una lingua diversa dalla loro, altri invece si ritengono superiori . Ma l’elemento che li accomuna è la consapevolezza della loro unicità , il saper vedere con i propri occhi quella realtà che gli altri si limitano a guardare attraverso delle lenti prefabbricate ed imposte dall’esterno, uguali per tutti. ancora la carrellata può continuare con i sessantottini , i punk e gli sturmer, Loredana Bertè, Madonna, Gianna Nannini, il rasta che rifiuta il mondo borghese e il volontario che parte con i Medici senza Frontiere, il missionario e il devoto di Amma, i Bambini Indaco, il bambino autistico , Mary Poppins, Peter Pan e Mozart.  Ho conosciuto tanti Alieni proprio perché io stessa a tratti lo sono e, lo sappiamo, attiriamo e siamo attratti da chi vibra alla nostra stessa frequenza o a multipli di essa. Ma il problema dell’Alieno è calibrare questo suo sentirsi fuori del mondo, capitato per caso in un pianeta sbagliato, costretto però a parlare questa lingua e molto spesso ad insegnare qualcosa, suo malgrado, ai padroni di casa, non sempre creduto, spesso bistrattato. Ma un po’ più libero.

 

Se io fossi un uomo, ma non lo sono

Se io fossi un uomo rispetterei la donna che amo ed ogni altra donna, vedrei la sua luce e la sua bellezza e saprei accarezzarle l’anima e i pensieri e le emozioni e la sua pelle. Se io fossi un uomo alzerei le mani su di lei soltanto per abbracciarla e stringerla a me, alzerei la voce soltanto per ricordarle la sua regalità, calpesterei solo la sua ombra per rimanerle sempre accanto. Se io fossi un uomo m’inerpicherei sulla profondità della sua mente, veleggerei nella grandezza del suo cuore, riconoscerei tutto quello che in potenza sta germogliando in lei e insieme porteremmo acqua ad ogni suo seme. Se io fossi un uomo le chiederei aiuto, le offrirei protezione, camminerei con lei accanto condividendo pesi e risate e nodi da sciogliere e sorprese da aprire. Se io fossi un uomo mi sentirei uno stupido e un bambino cresciuto male e un ignorante e un deviato sentendo parlare della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne e me ne vergognerei tantissimo perché non si può credere che la donna sia qualcosa d’altro. Se io fossi un uomo amerei le donne come le amo io che sono una donna e che non vedo differenze, perché per una donna differenze e diversità sono eventuali accessori e mai sostanza, sono eventuale completamento e mai opposizione, sono ponti e mai muri. Se io fossi un uomo sarei con le donne come lo sono io che sono una donna. E forse il mondo crescerebbe un po’..

Inutile negarlo, abbiamo lasciato da sempre troppo spazio alle energie di un Maschile andato in ombra, esibendo ed affermando quegli aspetti di sé più riprovevoli e distruttivi. Il Femminile si é fatto spettatore non per inerzia ma perché Accoglienza e Non Giudizio sono due tra le sue principali prerogative.  Omofobia, persecuzione di diversità e minoranze, violenza, predominio, colonialismo, guerra, Potere scaturiscono solo dagli aspetti d’ombra della Energia Maschile che per lo più si esprime così negli individui di sesso maschile. La soluzione del Femminile non sta nella lotta ma nella educazione ad una Energia Femminile in donne e uomini, sempre più consapevole. I tempi sono maturi perché questo avvenga..

I paradossi di questo nostro tempo in cui l’Energia Maschile separa in qualunque modo e in qualunque aspetto della vita…la rivoluzione del Femminile nell’uomo e nella donna é e non può che essere una rivoluzione d’amore che finalmente unisca quello che é stato separato..

Tutta la realtà si muove nella dualità e ce lo mostra bene il Tao, quel simbolo circolare attraversato nel centro da una sinusoide che lo divide in due parti della stessa dimensione, una bianca con all’interno un cerchio nero ed una nera con all’interno un cerchio bianco. Qualunque linea passante per il centro lo dividerà sempre in due parti uguali all’interno di ognuna delle quali ci sarà almeno un pezzetto del colore complementare. Come avviene in ogni espressione della nostra vita e in quella di tutto il pianeta: già alla nascita, con il primo vagito, abbiamo accettato la scelta dualistica tra respirare e non respirare e , con il primo respiro, abbiamo conosciuto la complementarietà tra inspirazione ed espirazione , sperimentando come l’una non possa esistere senza l’altra e come in ognuna ci sia già il seme della sua parte complementare. Non può esistere, infatti, una inspirazione assoluta, perché già in sé contiene la espirazione: lo stesso si può dire per sistole e diastole, circolazione venosa e arteriosa, rilasciamento e contrazione muscolare, buio e luce, giorno e notte e così via. Allo stesso modo ciascuno di noi, indipendentemente dal suo genere di appartenenza, ha in sé componenti energetiche maschili e componenti energetiche femminili la cui fusione complementare permette di vivere in modo armonico . L’energia maschile si muove verso l’esterno e porta all’azione: ne sono esempio atteggiamenti mentali quali la progettualità, la organizzazione, la manifestazione, la linearità, la analisi con la separazione e il giudizio, mentre quella femminile è rivolta all’interno e ne sono esempio la empatia, la intuizione, la sintesi con la inclusione, la spiritualità, l’accoglienza, la affettività, il pensiero circolare. Le due energie non sono patrimonio esclusivo degli uomini o delle donne ma l’una e l’altra possono essere risvegliate e sviluppate in entrambi. Spesso le donne, abituate a non sviluppare il loro potenziale energetico maschile, vivono aspettando il Principe Azzurro che agisca per loro. E gli uomini soffrono perché è stato loro insegnato a non esprimere il proprio mondo interiore in quanto atteggiamento “femminile”..

Allo stesso modo ci sono donne che negano la propria parte femminile e uomini che negano la propria energia maschile. E questo non aiuta a crescere in armonia con se stessi né con persone dello stesso sesso o del sesso opposto.
Risvegliare le energie lasciate addormentate è possibile ed è doveroso.

Mi fermo qui, per ora..ma c’é poi tutto il discorso del mandare in ombra le energie del Femminile e quelle del Maschile, c’é da dire perché oggi il mondo ha bisogno di recuperare il Femminile per rientrare poi nella luce del Maschile, superandone l’Ombra..ma mi fanno male le mani…

 

 

Cerco un centro di gravità permanente

Ogni sapere é sterile erudizione se non va di pari passo con la crescita interiore, con l’essere. Non ci può essere sapere senza un adeguato sviluppo dell’essere.. il gioco della vita é armonia tra essere e sapere..ovunque possiamo riconoscere la sterilità di un sapere senza l’essere e il brancolare nel vuoto di un essere senza il sapere.. L’uno e l’altro insieme, quando procedono paralleli, forse producono saggezza, quella vera, quella radicata e instabile. Diffidiamo della saggezza stabile, quella che crede di essere un punto di arrivo e “sta”, seduta con le gambe sulla scrivania oppure sotto a un tavolo o anche in cima a una montagna a godersi il suo diploma. La saggezza deve essere instabile , deve dubitare di sé per poter uscire dai limiti che credeva di avere e scoprirsi capace di rincorrere la linea dell’orizzonte e smascherarne la bugia. Sono saggio se dubito di esserlo pur amando quella parte limitata di saggezza che riconosco in me e che per me é tutta la saggezza possibile ora. Ma so che io non sono questa ma che ho ancora tanto da essere, io sarò quello che sto diventando. Sempre di più, sempre più in là. E perché questo avvenga l’essere, il mio sviluppo interiore, e il sapere devono procedere insieme e, addizionati si potenziano a vicenda moltiplicandosi e dando corpo alla saggezza. Quante erudizioni senza essenza  che si nutrono solo di personalità rimangono lettera morta, spesso allontanando gli altri dal sapere e noi dalla saggezza. Quante essenze rimangono allo stato potenziale perché senza sapere non sanno a cosa agganciarsi per poter continuare a crescere e far crescere chi si intreccia con loro. Quante illusioni su di sé e sul mondo si accumulano così su questo mondo di persone addormentate, sonnambule, schiave, senza un centri di gravità permanente. Dormento ci si adatta al materasso e al cuscino che abbiamo fino a quando scopriamo in tv che ne esistono di migliori che arrivano a casa anche in pochi giorni, non prima che un esperto venga a visitarci per stabilire insieme il piano migliore. Chi vive dormendo crede che quell’esperto sia lì per lui e voglia consigliarlo per il suo bene, invece quell’esperto é lì per la ditta di materassi che a sua volta agisce per produrre capitale da spendere per pagare le tasse e per consumare in una giostra infinita di cui l’uomo che voleva un cuscino nuovo é solo una pedina. Le illusioni ci spingono ad adattarci, a ubbidire, a credere di sapere in questa costante crescita del desiderio. Quella del cuscino e del materasso nuovo non é conoscenza, non é sapere, é solo illusione che non ci insegna a scegliere in base a quello che siamo e non in base a quello che crediamo di essere. E se non cresciamo dentro, non sviluppiamo l’essenza, crediamo di sapere chi siamo quando invece ancora non lo sappiamo. E comperiamo materassi sbagliati.

Forse ho compreso questo Sanremo:chapeau!

Ho imparato qualcosa di nuovo , mai cedere alle lusinghe di un giudizio prima che qualcosa si concluda. La mia analisi della prima serata di Sanremo rimane, a mio avviso, valida solo relativamente a quella prima puntata. E ora, alla luce dello svolgimento globale, comprendo il senso dei meccanismi che avevo colto nella prima ma li valuto ben diversamente.  Avevo messo in luce la evidente superiorità professionale della Hunziker rispetto a quella di Favino e di Baglioni e avevo letto questo festival come una ripicca culturale ed esistenziale. L’ultima ripicca prima del crollo, prima di una futura immaginaria “inqualchemodorinascita”. Avevo scritto che questo festival, nella prima serata, si proponeva come una sorta di sgarbo che nascondeva una serie di risentimenti, inconsci o consci e che i due uomini, Baglioni e Favino, sembravano due vallette senza personalità, senza presenza, senza “parola”, là dove per parola intendevo sostanza. Quasi la parodia al maschile di certe vallette che si sono succedute su questo e altri palchi. Questo il quadro alla prima serata. Ma non avevo considerato che si trattava di un evento in quattro serate e, come tale, aveva un suo svolgimento interno, quasi una sorta di “evento di formazione” su imitazione dei “romanzi di formazione”. Ai romanzi siamo abituati ma non siamo soliti valutare gli eventi televisivi allo stesso modo. Sono stata affrettata e superficiale ed ora cerco di capirne il senso, dopo avere assistito all’ultima serata, quella di ieri sera dove la situazione, capovolgendosi, ha portato tutti e tre i conduttori a ricomporsi nell’Uno . Ora non vorrei peccare di dietrologia, o forse è soltanto la mia propensione a cercare dietro ad ogni significante non solo un significato ma soprattutto un Senso. Se la prima serata presentava i tre conduttori come tre aspetti separati della personalità umana, la Comunicazione, la Parola e il Pensiero, tre componenti non integrate, ancora senza una precisa rotta e comunque ben distinte tra di loro, lo svolgersi del Festival le ha armonizzate, unite, integrate. E qual è stato l’elemento che ha creato questa unità? Il cuore. Direi proprio il cuore. Man mano che le serate si snodavano sempre di più il cuore ha fatto capolino tra le parole di Savino e le idee di Baglioni , allacciandosi al cuore già manifestato pienamente dall’inizio dalla Hunziker. Gli ospiti, le canzoni in gara e fuori gara, i monologhi, i discorsi hanno portato piano piano il cuore. La commistione tra le generazioni, tra le vecchie e le nuove canzoni, l’empatia, l’attenzione al sociale, l’emozione, l’affetto, l’amicizia, la positività. In altre parole, lo ripeto, il cuore. Parlavo, nella mia prima analisi, di ultima farsa di una società in disfacimento, espressione di quella decadenza che anticipa ogni crollo del vecchio per fare posto al nuovo. Ecco, forse stavo ancora giudicando con la vecchia mentalità e non tenevo conto che questo festival, da solo, potesse avere un suo svolgimento interno a rappresentare quello che si richiede oggi per passare da un vecchi a un nuovo modello: il pensiero, la parola e la comunicazione non sono nulla senza il cuore.

Una rivoluzione d’amore

Credo sia giusto che io scriva qui cosa intendo per “rivoluzione d’amore”, termini inflazionati che sono molto più radicati nella realtà di quello che sembra a chi li vede espressione di un vivere fuori dalla realtà. A differenza di Bruno , mio marito, per il quale il cambiamento, se avviene, può avvenire solo a livello sociale ( vedi il suo libro Bruno Sebastiani “Il Cancro del pianeta”) per me il cambiamento può avvenire solo partendo dal singolo. E a chi mi dice che siamo ormai ad un punto in cui non é più possibile tornare indietro io ricordo che se da anni parliamo della Centesima Scimmia é perché la possibilità di un cambiamento esiste eccome. Ma deve partire dalle coscienze di ciascuno ed é sbagliato pensare che nessuno di noi possa fare ormai la differenza. Può farla eccome e se crede di non valere abbastanza allora sta facendo il gioco di quella energia distorta che ha portato fin qui quell’idea del mondo nella quale ci stanno facendo credere. E’ vero, tutto sembra crollare ma ricordiamoci che il bruco e il serpente abbandonano la vecchia immagine di sé per potersi trasformare. Quello che sta crollando tra sofferenze e paure é il vecchio mondo e noi, volenti o nolenti, siamo tutti ancora qui, molti di noi ancora a cavallo tra i due mondi, e quindi abbiamo una responsabilità che non ci esime dal continuare ad agire. Ma l’azione non é più quella del vecchio mondo, quella non serve più. Noi non siamo quello che ci hanno fatto credere di essere, non siamo la nostra professione, il nostro ruolo, il nostro genere sessuale, non siamo un capo né un gregario, non siamo la nostra educazione né la nostra formazione. Noi siamo re e regine della nostra vita ed é da lì che dobbiamo partire, re e regine su di noi e sopra nessun altro. E la nostra vita, restituita a noi che ce ne possiamo riappropriare nonostante tutti i legami che crediamo di avere, é solo e soltanto amore. Sto vedendo troppe persone cambiare l’atteggiamento verso la vita, anche da un giorno all’altro, anche alla fine della loro esistenza, anche sui banchi di scuola, anche sulla pagine del web. Ho visto troppi miracoli per non credere più che esistano. Ho visto mio padre e mia madre , novantenni negativi pessimisti ansiosi e anche un po’ materialisti, sedersi in cerchio davanti al fuoco il primo di gennaio di due anni fa e fare per la prima volta nella loro vita una meditazione in gruppo. E cambiare espressione nel loro volto. Ho visto uomini e donne iper razionali togliere di colpo la loro corazza e sciogliersi in un abbraccio. Ho visto donne poliziotto togliersi il casco dalla testa e dare la mano ai manifestanti, ho sentito medici parlare della disonestà nella quale devono operare, ho conosciuto tanti nuovi bambini che sono qui per insegnarci il mondo.
E allora smettiamola di attaccarci alle scuse per non prendere in mano la nostra vita, usciamo da quelle depressioni che ci servono come alibi per smettere di avere fiducia nella nostra regalità e che invece nascondono un impulso alla trasformazione che, una volta scoperto e trasformato, si rivelerà soltanto un dono. Sono una sognatrice? No, sono solo una persona che ha guardato negli occhi profondamente e a lungo troppe persone per non avere incontrato la loro anima . E in quell’anima ho sempre visto solo amore.

Sanremo e il Re Sole

Ho seguito la prima serata di Sanremo e credo che questa sera ripeterò l’esperienza. Oppure il rito. Si, perché guardare Sanremo era un rito che noi bambini degli anni cinquanta-sessanta avevamo caro e quasi sacralizzavamo, visto che, oltre a Carosello, era l’altro avvenimento cui i genitori ci permettevano di partecipare. E’ diffusa l’opinione che io parli sempre bene di tutto e di tutti e in un certo senso è vero ma non perché io “sia di  bocca buona” (in realtà non lo sono per niente) ma perché è nella mia natura sottolineare i punti di forza, tanto a quelli di fragilità ci pensano gli altri, più adatti di me. E il vero punto di forza di questo Sanremo è Michelle Hunziker, così piena di vita, così professionale, così positiva, così capace di prendere in mano la situazione, di improvvisare, di rispettare tempi, scalette, contenuti. Ma il resto, quello no, non riesco a comprenderlo se non immaginando che l’avvenimento televisivo italiano più seguito nel mondo voglia essere una ripicca culturale ed esistenziale. L’ultima ripicca prima del crollo prima di una futura immaginaria “inqualchemodorinascita”. Perché parlo di ripicca? Il mondo che si muoveva intorno a Michelle era uno sgarbo che nascondeva una serie di risentimenti, inconsci o consci non lo so. I due uomini, Baglioni e Favino, due vallette senza personalità, senza presenza, senza “parola”, là dove per parola intendo sostanza. Quasi la parodia al maschile di certe vallette che si sono succedute su questo e altri palchi. E pensare che sia l’uno che l’altro di sostanza ne avrebbero, non importa che non siano capaci di fare i conduttori, questo è meno importante. Di più lo è che non si siano mostrati capaci di portare sostanza. E pensare che uno ha scritto tra le più belle canzoni della mia giovinezza e l’altro è un bravissimo attore e credo anche colto. Per non parlare di Fiorello che di sostanza normalmente ne ha. Ieri sera no. Non posso pensare che siano state scelte loro. Non posso. La gag di Fiorello su “Chivotachi” era senza senso e da nave di crociera.  Perfino la telefonata della Pausini era stantia e svuotata e la loro indifferenza nei suoi confronti era quantomeno imbarazzante. E allora che senso potrebbe avere questa ripicca, unita anche alla presenza di cantanti un po’ tanto vecchiotti e rifatti che sembravano sciogliersi, dal trucco e dai visi sfatti e dalle canzoni datate? Forse l’ultima farsa di una società in disfacimento, espressione di quella decadenza che anticipa ogni crollo del vecchio per fare posto al nuovo. Cipria, merletti, parrucche coi riccioli, ceroni che , sciogliendosi, anticipavano la fine di un’epoca alla corte del Re Sole  padrone del mondo, non erano diversi da questa prima serata di Sanremo e i nobili che fingevano una vita di lusso, pur dipendendo dai sussidi reali, non ricordano i nostri artisti della tv che forse molto liberi non sono? Ma, se andate a rileggermi cinque righe più in su, trovate il mio solito punto di luce: quando il vecchio si scioglie come i loro visi rifatti e di disgrega come la loro “parola” è per far posto al nuovo. Vado a vedere la seconda serata, sono in ritardo.

Bella tutta

Ho appena terminato di leggere “Bella tutta (I miei grassi giorni felici”)  di Elena Guerrini che ho già ampiamente presentato quando l’ho intervistata per Dol’s Magazine. Un libro nato da un suo spettacolo teatrale e dalla sua diretta esperienza di vita.

Quando parliamo delle discriminazioni non sempre includiamo la persona grassa, a meno che non si tratti di un super obeso da reality. Ma, quando scendiamo dal piedistallo della disquisizione culturale e entriamo nella vita quotidiana vissuta in prima persona, l’occhio ci cade inevitabilmente su chi ha addosso qualche chilo in più. A me succede perché io, con i miei chili in eccedenza, covibro ma, a chi questi problemi non li ha, succede perché scattano automaticamente giudizio e pregiudizio.

Leggendo questo romanzo che poi é la storia della stessa autrice, ho pensato alla fisica quantistica e mi sono detta: se l’oggetto della nostra osservazione cambia cambiando il modo in cui percepiamo la realtà, paradossalmente se i magri la smettessero di percepire i non ancora magri come grassi e si limitassero a vederli come esseri umani, forse i grassi potrebbero iniziare a dimagrire. Non é che essere visti nell’anima e non soltanto nella taglia li aiuterebbe ad avere una immagine di sé più in equilibrio e questo sarebbe un buon punto di partenza per perdere peso? Forse.

Ma Elena Guerrini in realtà fa un passo più consapevole della precedente mia ipotesi, più responsabile: é lei stessa, racconta con autoironia e leggerezza, a cambiare lo sguardo nei confronti di se stessa. Dopo avere provato, fin da ragazzina, tutte le diete del mondo, dopo aver sperimentato senza successo tutti i metodi per dimagrire, ha deciso di buttare via aspettative, speranze, delusioni, autocritiche, sensi di colpa, dispendio di energie e di soldi e di incominciare ad accettarsi e poi ad amarsi per quello che é.

Ribellandosi alla dittatura della 42 ha lasciato spazio ad una se stessa che, soffocata da quei chili di vergogna, insicurezza, disagi, rabbia, autoflagellazione, sacrificio, paragoni, non aveva il coraggio di uscire allo scoperto. E, quando quella sua parte vituperata, maltrattata, giudicata ha messo la sua testolina alla luce del sole si é accorta di quanta luce ci fosse intorno a lei. E si é fatta canale di tutta quella luce, accorgendosi che stava brillando come e più di tante altre.

Da lì é iniziata la rinascita fatta non solo di autoaccettazione ma anche di messa a fuoco dei suoi talenti e della sua specificità, diventando un’icona per chi , come lei, é morbida e cicciosa. “E finalmente mi piaccio così, alla faccia di tutti quelli che hanno fatto soldi cercando di assottigliarmi…Vorrei che le donne, dopo avere letto questo libro, si sentissero belle tutte anche se non corrispondono ai canoni estetici imposti dalla comunicazione e dalla moda, anche se non rientrano nel CUBO (Canone Unico di Bellezza Omologata)..

Un inno alla nostra unicità, un invito ad amarci come siamo, dal primo all’ultimo chilo. Un libro che tratta un tema molto più serio di quello che può sembrare a chi non sa cosa voglia dire scendere dalla bilancia con il senso di colpa e guardarsi allo specchio senza riconoscersi.

Una storia, la sua, raccontata da Elena Guerrini con il suo ben noto umorismo e quella capacità di trasformare un problema in occasione di crescita e trasformazione.

Ogni istante agisce

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Ciò che chiamate sarà e quello che sarà mai più sarà perduto. Di eternità in eternità ogni istante agisce”

C’é un libro prezioso con un titolo che può attrarre o allontanare, “Dialoghi con l’Angelo”, di Gitta Mallasz. Anni fa mia figlia interpretò la parte di Gitta in un docufilm di Giulietta Bandiera e questo mi spinse a approfondire il testo che in ogni caso già conoscevo per la lettura e la esegesi di Dede Riva. Ma non é del libro in sé che voglio parlare qui, bensì della citazione che ho messo in apertura di questa mia riflessione.

Ogni istante agisce” e, aggiungo subito, ogni istante é il tempo più prezioso che abbiamo a disposizione, perché é quello che facciamo e siamo in questo istante a determinare chi stiamo diventando, di eternità in eternità. Siamo in continua crescita, stiamo studiando alla scuola della vita , stiamo superando esami e stiamo salendo scale. Ogni istante determina la direzione che stiamo prendendo e sceglie come reagire alla presa di contatto con quella particolare superficie di appoggio che la vita ci sta fornendo.  In ogni istante determiniamo se adattarci e rilassarci oppure irrigidirci. Perché la nostra esistenza é questa, viviamo come fossimo leve che respingono la superficie per poter procedere, alternando due movimenti altrettanto necessari. Irrigidimento e rilasciamento. Non si può procedere se non si fa leva sulla superficie che si vuole o si deve lasciare alle nostre spalle ma, per poterla respingere, dobbiamo prima farci piattaforma modellabile, come un piede prima di accentuare di nuovo la sua elevazione per fare il prossimo passo. Quando ci sembra di essere fermi in realtà stiamo adattandoci a quello che il momento presente ci sta offrendo ed é solo grazie a quel nostro adattarci che ci possiamo modellare, ammortizzando il peso del nostro carico emozionale, mentale e anche fisico. Ed é solo grazie alle nostre oscillazioni che la nostra energia potenziale si trasforma in energia cinetica, facendoci andare avanti. Altrimenti vivremo solo investigando infinite possibilità restando bloccati in una incatramante necessità. Ogni istante agisce e non ci sono scarti, quei momenti di vuoto apparente sono soltanto fasi di preparazione per procedere elevandoci, perché ogni passo é andare avanti ma anche salire verso l’alto, visto che senza elevazione il piede non ci fa procedere. “Plasmiamo la creta per formare un recipiente ma é il vuoto centrale che rende utile il recipiente”, diceva Lao Tzu. Il vuoto non esiste come vuoto, é solo una diversa forma di pieno, é l’attimo di adattamento e attesa prima di procedere. Per questo ogni istante agisce o, come io amo dire, ogni istante fiorisce.

 

L’insulto delle parole

Già ho parlato di lei su Dol’s http://www.dols.it/…/susanna-parigi-cantare-luniverso-vulv…/ ma, che ci posso fare,
quando vedo luce mi ci tuffo.. sto ascoltando “L’insulto delle parole”, uno dei CD di Susanna Parigi, “la chanteuse del pop letterario” che qui si occupa della sacralità della parola. Un tema anche per me fondamentale che é necessario sviscerare : le persone più profonde e geniali che conosco lo stanno facendo o stanno tentando di farlo nei loro rispettivi campi di azione e io spero che questa riflessione sia sempre più corale e sempre più fertile. La parola é usata sempre più per distruggere, per manipolare, per allontanarci dalla voce del nostro Sé, per farci vagare in superficie. La parola usata in modo mistificatorio ci rende prigionieri di una lingua che ha perso la sua potenza evocatrice, creatrice, trasformatrice perché la forma non corrisponde più alla sostanza. La bugia della parola che maschera l’essenza, una parola affidata ai signori della manipolazione e dell’intrattenimento che mostrano il coniglio e nascondono il simbolo trasformativo del cappello, una parola che non é più amata ma é soltanto titillata per prendere tempo, per rubare tempo, per nascondere tempo. Una parola ignorante, ipnotica, insultante. Vorrei che in televisione, in teatro, in ogni luogo di arte e di comunicazione, al posto di blablare si parlasse della parola per ricominciare a imparare a parlare..