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Prego, faccia pure..tanto io sono ubriaca

..se la donna si ubriaca volontariamente gli stupratori possono avere libero accesso senza aggravante? Siamo davvero ripiombati ufficialmente nel buio del “te l’avevo detto”, “donna avvisata..”, “l’hai voluto tu”, “io ti punisco”, “é colpa tua”, “io uomo posso tu donna no”,” dispongo di te come voglio”, “fila dritto altrimenti…”..sei tu che eri senza autocontrollo..”. La sentenza in fondo manda questo messaggio: approfittare della mancanza di autocontrollo da parte della vittima di stupro non é una aggravante ma é una sorta di lasciapassare al suo consenso..

E non importa che la sentenza , nella sua lettura corretta, potesse voler dire altro, che l’aggravante che viene stabilita se é lo stupratore a somministrare sostanze alteranti, non può essere applicata se la vittima ha consapevolmente scelto, prima, di bere o drogarsi. Non é questo il punto. Il punto é il senso generale che sottostà a questa sentenza e alla lettura che ne potrebbe fare il resto del mondo.

Sono tanti i giochetti che tutti negli anni ci siamo inventati in tema di sesso rubato, sesso volante, sesso selvaggio, sesso straniato.. sulla spiaggia, in automobile, in discoteca, in ogni “famolo strano” in cui siamo capitati ma c’é sempre una condizione imprescindibile, il reciproco consenso. E a noi donne questa differenza é sempre chiara, anche se più inclini a subire che a ribellarci, non perché siamo consenzienti ma perché loro sono prepotenti. Le donne non lo sono , da questo punto di vista , e tendenzialmente subiscono violenza solo in un rapporto etero.  Forse gli uomini non si rendono conto di questa differenza perché molti di loro, quando decidono di scatenare liberamente la loro tempesta genitale con una donna apparentemente consenziente non si chiedono se la donna ci sia tutta intera o se invece sia scappata in qualche suo nido, lasciando lì soltanto l’involucro del “faccia pure ma si sbrighi”.

Abbiamo subito quasi tutte violenza, dal vecchio parente che  con la scusa di coccolarci ci toccava le tette quando eravamo bambine, ai giochini con i nostro coetanei che ci sembravano “normali”ma che, troppo spesso per i nostri gusti, loro desideravano ripetere, ai maniaci incontrati per strada, ai ragazzini e agli uomini che si arrapavano quando meno ce lo aspettavamo e magari non ne avevamo voglia, ai compagni che ridevano poco, parlavano poco, accarezzavano poco ma ce l’avevano fisso in testa. E questo quando ci é andata bene, quando non abbiamo/avremmo dovuto barattarci con attenzioni non gradite, quando non abbiamo dovuto rinunciare a quel lavoro perché non volevamo cuocher avec lui, quando non abbiamo dovuto rimanere inerti e sbigottite di fronte al medico e il terapeuta, che con la scusa del loro potere, ci hanno provato.  Per non parlare, ovviamente, di stupri, violenze, delitti.

Il problema non é mai tecnico, quello serve solo per trovare scuse e non affrontare il problema (lei era già ubriaca, aveva i jeans, la minigonna, usciva da sola, era in discoteca, si é lasciata toccare/ accarezzare, scopare) ma é sempre legato alla sostanza, il diritto che chiunque ha di non essere violato. Le donne questo lo capiscono (e, lo ripeto, in un rapporto sessuale tra donne non si sente mai parlare di stupro. E questo perché?), gli uomini non ci arrivano. Forse perché vengono da Marte? O forse semplicemente perché sono egoisti e le basi della convivenza sociale le hanno a forza messe loro?

 

Memoria porta Coscienza

Una delle mie prime ricerche, tanti anni fa, ai tempi dell’Università, é stato uno studio sul rapporto tra memorizzazione e creatività, basato sul concetto che la creatività aumenta aumentando la capacità di memorizzazione. I concetti, i dati, le parole memorizzate costituiscono un archivio sempre a disposizione per chi sta creando e, se già riposte in quell’archivio, l’energia creativa non viene dispersa nUn concetto allora nuovo per me che ero stata studentessa di una scuola sul crinale tra quella vecchia che promuoveva l’esercizio della memoria e i prodromi del “nuovo” , propenso a sostituire la comprensione del concetto allo studio mnemonico. Per una ventina d’anni, d’allora, ho insegnato anche io, mentre continuavo a esplorare la conoscenza da svariati punti di vista. Per questo , pur promuovendo  lo sviluppo della conoscenza di sé attraverso la Letteratura e la capacità di analisi, sintesi e collegamento, ho sempre voluto che i miei studenti memorizzassero i versi degli autori che insegnavo al triennio del liceo classico, al biennio dello scientifico e nella scuola media. Molto controcorrente, pur insegnando in una delle scuole milanesi più prestigiose dal punto di vista della formazione culturale, invitavo i miei allievi a ricordare a memoria versi danteschi della Divina Commedia e poi Ariosto, Pascoli, Leopardi, Ungaretti e via dicendo, perché capivo che anche lì stava una chiave per sviluppare la creatività. Negli anni, poi, ho anche fondato e diretto una Accademia per lo sviluppo della Creatività, quindi posso dire di conoscere bene l’argomento..ma, anche ora che da quasi venti anni non insegno più a scuola, mi rendo conto che i due elementi, Creatività e memorizzazione, non possono essere scissi. E spero che la Creatività non muoia ora che la memoria é stata addormentata, ora che il numero di parole conosciute é diminuito in modo considerevole e drammatico, ora che le operazioni per noi un tempo elementari sono diventate obsolete: leggere, scrivere, far di conto, memorizzare, analizzare, sintetizzare, collegare, comprendere. Spero che davvero tutto questo venga sostituito da qualcosa di altrettanto valido, e sono certa che qualcosa di buono succederà. Lo spero, perché senza Creatività non può esserci Consapevolezza e senza Consapevolezza non può esserci Coscienza e senza Coscienza la Manipolazione può raggiungere vette ancora più drammatiche. Ho usato apposta la lettera maiuscola, forse con un retaggio di nostalgia per i valori che non vorrei venissero ridotti a meta di una “recherche du temps perdue”, perché per crescere davvero bisogna sempre andare avanti.

Un caffè, un profumo, dei ragazzi intrappolati

Guardo il video dei ragazzi bloccati nella grotta e rimango colpita-oltre che dalla tragedia- da un meccanismo così evidente e chiaro al quale ci siamo assuefatti, come la rana che lentamente muore nell’acqua bollente, senza nemmeno rendersene conto: alle immagini drammatiche si alternano due messaggi pubblicitari che le interrompono senza nessun avvertimento, come se fosse la norma. Ed é diventata la norma guardare con lo stesso stato d’animo-che non ha il tempo di mutare in quei pochi secondi- il testimonial suadente del nuovo profumo di Chanel, i ragazzini affamati, intrappolati, spaesati, soli e Crozza che simpaticamente e allegramente sbevazza il caffé tra le nuvole. Per poi tornare alle immagini drammatiche. Non mi interessa tanto il discorso commerciale che ormai diamo per scontato in tutto, ma il meccanismo di lettura della realtà che ne deriva. Se tutto é sullo stesso piano, niente ha più valore, niente ha più senso se non uno stesso generico diffuso e soffuso battito di ciglia verso energie costruttive e verso energie distruttive. Non possiamo fermare le tragedie, le disgrazie, la morte, non possiamo nemmeno più fermare, per ora, il meccanismo economico che governa tutto. Ma possiamo rieducare alla intelligenza della mente e del cuore, imparando a gestire i falsi valori in un modo più innocuo e, contemporaneamente, cercando di potenziare quelli veri. Mentre aspettiamo che qualcosa cambi dall’altro proviamo a essere testimoni quotidiani di qualcosa di diverso rispetto alla omologazione delle menti e all’addormentamento dei cuori..

Non voglio pop corn e rutto libero

Sono preoccupata, qualche volta capita anche a me. Sono preoccupata perché ho la sensazione che si sia persa completamente la capacità di empatizzare e la si sia barattata con la necessità di schierarsi. Un problema non lo si vede più come l’occasione per mettere a nudo il proprio sentire provando compassione o riprovazione o prendendo una posizione dal profondo del proprio cuore o /e dalla chiarezza della propria mente. Un problema da risolvere è prendere le parti di chi si sia deciso di sostenere, sciomottandone la posizione ideologica. Chi la pensa diversamente sbaglia non perché quello che sostiene sia giusto o sbagliato ma solo perché non si è omologato al proprio schieramento. Vivere oggi è come assistere a una partita di calcio non da intenditori del bel giocare ma da tifosi che non capiscono nemmeno cosa si stia giocando e perché. Vivere con i pop corn, la birra, il rutto libero e un nemico da insultare non è fare scelte consapevoli, non è affrontare con coscienza le scelte sapendo che possono essere quelle sbagliate perché non esistono ricette sicuramente valide. Tacere è spesso l’unica soluzione per riuscire ad ascoltarsi dentro e a guardare davvero nell’intimo del problema. E poi procedere per tentennamenti, sempre in tempo reale, attimo dopo attimo. Potendo cambiare idea, contraddicendosi, procedendo per contrasti ma sempre con cuore e mente aperti. E tanta tanta empatia.

Politici transgenici

 

Forse il problema sta tutto nella Ragion di Stato. Quella che si è mangiata etica e cultura che, poi, dovrebbero essere la stessa cosa. Un governante deve essere educato a discernere i valori e, prima di tutto, a saperli riconoscere. Per riconoscerli deve sapere che esistono e averli coltivati dentro di sé. Per tutto questo ci vuole cultura che non è conoscenza enciclopedica ma capacità di cogliere il Senso in ogni scelta e di saperla orientare nella direzione del bene. E il bene cos’è se non un equo sviluppo del potenziale umano attraverso un’equa distribuzione delle risorse? Platone diceva che i governanti hanno un’anima aurea propensa al bene ma anche che vanno educati al bene perché quella loro potenzialità potrebbe non trasformarsi mai in atto. La loro presunta sapienza, quindi, non è scontata ma va guadagnata. Coltivata. Credo che la coltivazione di qualunque bene rispettandone la natura, compreso il bene delle potenzialità, sia oggi l’ultimo pensiero di chicchessia. Si preferisce distruggere per poter ricostruire e rivendere a prezzo più alto ma senza l’anima originaria o, per meglio dire, senza il gene originario. Ci siamo abituati a politici transgenici la cui anima originaria non è governare ma assumere il potere. Uomini politici come pomodori, mais, salmoni. Che differenza c’è in una società che ha barattato la cultura con la manipolazione? Teniamoci stretti i brandelli di cultura che ancora sopravvivono e cerchiamo di seminarli ovunque. Magari cresceranno di nuovo governanti sapienti, quelli che conoscono il bene.

Paradossi kafkiani nel conto dei conti, tra siti e governi

conte

Sono finalmente riuscita a rientrare in questo mio sito, avvolta dalla  stessa sensazione di mistero che si era accompagnata a quel ritrovarmi di colpo, senza un apparente motivo,  estranea, straniera, impossibilitata a scrivere su questo mio sito, abilitata solo alla lettura, una follower. Follower di me stessa. Non so cosa sia accaduto ma é successo e questo essere estromessa mi ha catapultata per qualche giorno in una atmosfera kafkiana- tanto quanto é bastato a riportarmi qui, a scrivere sul mio blog queste parole che state leggendo. Follower di me stessa ma impossibilitata a scrivere alcunché, quindi impossibilitata a comunicare qualcosa di nuovo ai miei followers e quindi anche a me stessa. Estromessa dalla Sala dei Comandi ho dovuto mettermi all’opposizione cercando ovunque alleati che mi spiegassero come fare, senza trovare nessuno che riuscisse a capire da che parte afferrare il bandolo della matassa. Un paradosso? Oppure soltanto un tentativo di riconquistare- io follower- la fiducia in -me stessa admin- del mio sito? Io che mi guardo in questo Universo Specchio e continuo a vedere una me stessa che  cerca disperatamente di rientrare in sé cambiando password. E fino a quando non accetto di ritornare alla vecchia password  rimango chiusa fuori da tutto. Da Tutto, anche da me perché l’Universo é un Ologramma, ne ho parlato ieri sera alla mia conferenza. E se cerco disperatamente di cambiare dall’esterno, usando una password che non mi appartiene, certamente non entro. Fino a quando accetto di usare di nuovo, forse per la quindicesima volta, la vecchia password ma senza speranza, visti i dinieghi precedenti. E invece, inspiegabilmente, mi ricongiungo a me. Senza bisogno di un terzo che sostituisca me a me. Ecco, ma se siamo Tutti Uno perché siamo in pochi a capirlo e non ci mettiamo d’accordo con i nostri alleati, se proprio vogliamo prendere il Potere, visto che non ce l’abbiamo fatta a far crescere dall’interno la nostra Potenza? Io questa mattina, nel mio piccolo , ce l’ho fatta. Forse perché ho creduto che sarebbe successo.

A testa in giù

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Credo che sia arrivato il momento di metterci tutti a testa in giù. Si, proprio a testa in giù, tutti capovolti, perché continuare a guardare il cielo é inutile, lo conosciamo già. Ne conosciamo l’immensità e sappiamo i nomi delle stelle e forse in quel cielo in parte ci siamo già. E’ vero, le cose più alte ci arrivano dal cielo ma da lassù scendono anche le nostre incertezze e, già lo sappiamo, dalle incertezze e dai dubbi nasce la ricerca. Però abbiamo già cercato tanto,  ora dobbiamo metterci a testa in giù e ricominciare a guardare le radici perché sono quelle, le radici, che abbiamo dimenticato. Una radice raccoglie l’energia per manifestare la sua potenza, la sua forza, il suo progetto. Altro non fa. Una radice non sa “come” si fa, non l’ha imparato da nessuna parte, semplicemente lo fa. Una radice non vorrebbe fare nient’altro che questo, perciò lo fa bene. E non chiede niente per farlo, entra semplicemente nella sua natura e trasforma la sua essenza in servizio e in dono. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice penetra in profondità nel terreno e scende più che può ad afferrare la sostanza da cui succhiare esistenza e stabilità, non si accontenta di agganciarsi a caso all’ultimo granello di terra che per caso l’ha sfiorata. Non scambierebbe mai una manciata di terriccio trasportato lì dal vento  per il suo “nido”nel quale sprofondarsi sicura, non si accontenta  di qualche litro di Cocacola al posto dell’acqua e dei sali minerali. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice é l’alfa e l’omega perché dalle profondità della terra si fa canale perché l’energia della Madre salga attraverso il tronco fino al Cielo ad incontrare il Padre. Noi ci siamo dimenticati di essere canale.  Senza radici cerchiamo di inventarci ogni giorno il nostro equilibrio, la nostra stabilità, i nostri riferimenti e ci dimentichiamo di crescere. O forse  tutto questo lo sappiamo fare ma nel silenzio della nostra stanza di meditazione, quando nessuno ci vede, nessuno ci sente, nessuno ha bisogno di noi. Forse ci stiamo ancora preparando a trasformare la nostra crescita interiore in servizio e in dono ma, credetemi, é ora di farlo, ognuno condividendo ciò che ha e ciò che é. Ma prima mettiamoci tutti a testa in giù, almeno per un poco. Forse da capovolti capiremo qualcosa di più.

 

 

SIAMO LA NOSTRA PARTE CHE SA

cuore

Io non ho paura. Davvero. Eppure non è difficile rendersi conto che lo stato d’animo globale è oramai la paura. Non c’è più spazio per un imprevisto che generi sconcerto, stupore, risata.. di questi tempi qualunque cosa succeda si teme sempre il peggio. E si scatena il panico. Cosa vuol dire vivere nella paura, che senso ha? La paura è utile quando ci avverte di un reale pericolo e quando ci impedisce di metterci in situazioni che è meglio evitare. Ma è senza senso quando ci fa credere che dietro ad ogni porta ci sia un leone pronto a sbranarci. Oggi però viviamo mischiando ai leoni ossessivamente immaginati anche quelli reali e quindi quella della paura è una tematica da affrontare e da superare. Dobbiamo trovare una soluzione ma io credo che non abbia senso cercare di sconfiggere la paura con il coraggio, perché sarebbe soltanto un coraggio reattivo, nato dalla nostra stessa paura e quindi pronto a sgonfiarsi al primo incidente di percorso. La paura non è soltanto uno stato d’animo, è oggi un campanello d’allarme pronto a farci cambiare rotta se sappiamo ascoltarlo non solo con le orecchie e gli occhi aperti ma anche con il cuore spalancato: va presa al varco prima ancora che si generi e lo si può fare solo attraverso un cambiamento radicale perché, lo ripeto, a nulla serve tentare di sconfiggerla. Ben lo sappiamo che nessun problema si può risolvere dallo stesso livello di coscienza che lo ha creato.

E allora sta a noi la scelta, continuare a procedere come sempre o accogliere l’opportunità per un cambiamento radicale, passando dal piano della forza a quello della coscienza e lasciandoci guidare dallo spirito, da quella nostra parte che tutto sa. E’ quella parte che possiamo chiamare Sé, ben conscia del perché siamo in questa dimensione, di quali sono i nodi da sciogliere, le tematiche da trattare, le note da suonare. Una parte cui potremmo attingere a piene mani se non fossimo costantemente fuorviati dalla nostra Personalità che ci siamo costruiti per essere accettati, per avere consenso sociale, sostanzialmente per essere amati. E questa nostra parte meno genuina, più preparata a tavolino, si è talmente impastata con il nostro presunto Sé da soffocarne la voce, sostituendola con il suo canto farlocco, degno delle Sirene ma spesso lontano da quello che siamo. E allora come fare ad andare al di là della paura? Proviamo a capovolgere il problema, ad affrontarlo dal punto di vista diametralmente opposto. Proviamo a dire non che viviamo male perché abbiamo paura ma che abbiamo paura perché stiamo vivendo male. E abbiamo vissuto male troppo a lungo, dimenticandoci di vivere a contatto con quella parte , viva dentro ciascuno di noi, che ben conosce il senso della nostra esistenza. L’abbiamo messa a tacere.

Siamo nel tempo della crisi, ecco perché abbiamo paura, ma la crisi altro non è che crisi della coscienza che non può più far accettare i vecchi modelli, le vecchie regole, le inutili abitudini. Ogni crisi è sempre stata e sempre sarà un’ occasione per introdurre dei cambiamenti, il periodo della Metamorfosi che ci chiede di riemergere in una nuova pelle e di funzionare nel mondo senza più compromessi.

Ma se non riconosciamo l’opportunità di crescita che ogni crisi ci porta facciamo della Paura il nostro totem: perché la Paura manipola la coscienza umana, serve a controllare ognuno di noi perché non c’è libertà nella Paura e non c’è nemmeno la lucidità che ci permette di attingere ai nostri livelli superiori e di trovare alternative.

Alla base della Paura c’è sempre una questione di Potere perché la paura è mancanza di Potenza. Quando sono nella mia Potenza sto attingendo ad ogni aspetto fertile di me e sto vivendo ben radicata in quello che sono e in quello che sto per diventare. Se perdo la mia Potenza lascio spazio al Potere, gran brutta bestia che mi spinge tra le braccia di altri cui affidarmi, spalancando la porta al loro Potere nella nostra vita. Da lì il passo è veloce a dipendere da questi altri e quindi ad averne paura , paura di loro, del loro giudizio, del confronto. Paura di perdere le nostre certezze. Ogni forma di paura genera controllo e poco importa se vogliamo imporci sugli altri o se lasciamo che gli altri si impongano a noi.

Nell’uno e nell’altro caso, quando esercitiamo o quando subiamo potere, non ci prendiamo la nostra res-sponsabilità , quindi non sponsiamo la res, noi stessi e ci perdiamo la nostra Potenza. Ci percepiamo separati e quindi non possiamo attingere a quella unione col Tutto, garanzia della nostra Potenza.

La paura, allora, ci allontana dall’ascolto della voce del nostro Sé, quella parte che potrà permettere il cambiamento, che potrà permettere di disvelarsi alla nostra identità di essere spirituale che sta facendo un cammino in questa dimensione per ricordarsi di essere parte della Fonte. Cosa fare, allora, di fronte alla Paura per passare dal piano della forza a quello della coscienza? E se parlassi di Energia del Femminile la trovereste una risposta soddisfacente? Ne parleremo, con calma, insieme…

Fabrizio Frizzi, un Uomo Nuovo, un funerale, un rito collettivo di passaggio?

frizzi

Quello che sto per scrivere forse andrà controcorrente in parte degli ambienti che solitamente mi leggono ma comunque non importa. Io scrivo ugualmente.  Mi riferisco alla morte di Fabrizio Frizzi e alla partecipazione corale che questa morte ha suscitato tra la gente, andando a toccare corde del cuore e creando una risonanza che ha dell’eccezionale.

I suoi colleghi e il suo pubblico sono stati unanimi nel parlare di lui come di un uomo buono, generoso, autentico che non ha mai esitato a donare se stesso come persona, prima ancora che come personaggio. Il suo sorriso é entrato nel cuore di tutti che non esitano a definirlo un sorriso vero, non un atteggiamento da telecamera.

Ho seguito in diretta il suo funerale, nella Chiesa degli Artisti i suoi colleghi erano stipati ai limiti dello spazio disponibile e chi non stava singhiozzando aveva comunque gli occhi lucidi e lo sguardo trafitto dal dolore. Oppure gli occhiali scuri. La partecipazione alla cerimonia religiosa é stata unanime e non credo che tutte le persone lì presenti fossero cattolici praticanti; eppure non uno sembrava essere lì per caso, tutti uniti all’amico che aveva apparentemente lasciato tra loro solo un corpo esanime dentro ad una cassa di legno e una fotografia sorridente.

Eppure, pur attraverso lo schermo della televisione, io respiravo quella commozione, quel dolore ma ho visto chiaramente anche una sorta di rinascita in ognuno di loro, come se stessero partecipando ad un rito collettivo di passaggio. E  la folla stipata nella piazza romana sembrava  amica di Frizzi come ognuna delle persone che erano riuscite ad entrare in chiesa. Ugualmente potrei dire di ognuno degli spettatori che stava assistendo alla cerimonia dal salotto della sua casa.

Perché ho parlato di rito collettivo di passaggio tra poco potrà forse essere chiaro. Ma prima vorrei dire a chi eventualmente starà pensando ” Certo, il Potere usa qualunque mezzo per distogliere la gente dalle schifezze che stanno avvenendo in politica, in economia e ovunque, anche un funerale!”..a chi é consapevole di come spesso questo purtroppo avvenga con notizie e avvenimenti che tristemente hanno anche questo ruolo, vorrei dire che questa volta questo fenomeno di partecipazione così macroscopica ha forse un diverso Senso.

La gente, il mondo, si é accorto della grandezza di questa anima semplice che, pur essendo un personaggio, si é comportata prima di tutto come persona, come essere umano; ed é infatti la sua umanità quella ha conquistato il cuore di tutti. La folla si é mossa unanime per raggiungere la camera ardente e poi il posto del suo funerale, come fossero tutti guidati da qualcosa che non era solo un desiderio di “esserci” per fanatismo, protagonismo o desiderio di emulare i volti noti della tv.

Quella folla si é mossa seguendo qualcosa che , pur non sapendo cosa fosse, sentiva essere grande e che, genericamente, ha chiamato affetto, stima, partecipazione. E che certamente é anche quesi tre aspetti che, per fortuna, il mondo non ha ancora dimenticato.

Quella folla, tutta quella gente si é accorta, se pur inconsciamente, che Fabrizio Frizzi rappresentava l’Uomo Nuovo, espressione di una nuova umanità  in formazione, consapevole del proprio compito quotidiano, della propria nota da suonare. Una umanità responsabile, capace di mettere il cuore in ogni sua scelta, quindi cor-aggiosa, capace di ac-cor-gersi, di guardare la vita con gli occhi del cuore; capace di essere empatica, di comunicare ai suoi livelli interiori profondi non dalla personalità ma dall’essenza. Ancora una volta potrei dire “dal cuore”; capace di accogliere ogni persona per quello che é, senza fare distinzioni di ruolo, di potere, di “maschera”;  capace di sorridere e di gioire, di dare, di ricevere, di chiedere. E tutto quello che in questi giorni ci hanno raccontato di Fabrizio non corrisponde forse a queste caratteristiche?

E’ fin troppo evidente che siamo in un momento storico di cerniera tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, il primo fondato sul Potere, il secondo sull’Amore. Per chi mastica una rudimentale e elementare conoscenza della struttura dell’umano, potrei dire che siamo storicamente nel punto di passaggio tra il Terzo e il Quarto Chakra e che l’obiettivo della crescita spirituale dell’umanità tutta sta proprio in questo passaggio. Un passaggio che non é immediatamente evidente perché siamo tutti concentrati sui sempre più evidenti strascichi del vecchio che sembrano essere sempre più marcati. Aggressività, prepotenza, violenza, paura, potere. Man mano che questi strascichi si fanno più potenti, sempre più persone stanno scegliendo di elevare la loro coscienza verso valori ben più alti, se non altro per togliersi di dosso quella energia densa e pesante generata dalla paura, dalla separazione, dalla competitività.

Un uomo come Fabrizio Frizzi é l’emblema dell’Uomo Nuovo, naturalmente orientato verso il bene, semplicemente capace di essere se stesso al di là di ogni sovrastruttura, generoso perché le sue scelte nascevano dal cuore e non da quel calcolo che spesso costringe chi vuole il successo a farne un dio. Era capace di donare prima di tutto se stesso, il suo tempo, la sua attenzione, il suo accudimento e perfino il suo midollo osseo. Dedicava il tempo al suo lavoro perché era anche la sua passione e alla sua famiglia che teneva lontana dai riflettori, agli amici ai quali sapeva donare amore.. sapeva chiedere scusa e riconoscere i suoi errori, portava gioia e si divertiva stando totalmente “dentro” a qualunque cosa facesse.. non era un uomo speciale, era un Uomo come tutti siamo chiamati ad essere se vogliamo ridare splendore alla nostra Umanità.

E la gente questo l’ha capito, l’ha fatto suo, si é resa consapevole di tutto questo. Ora dovrà portare questa consapevolezza a coscienza e allora, forse, il cammino della Umanità nel percorso della sua crescita avrà fatto un passo in avanti. Il miracolo non é Fabrizio Frizzi, lui é solo un apripista che non ha fatto altro che essere se stesso fino in fondo; il miracolo é tutta questa gente che finalmente ha aperto gli occhi e l’ha riconosciuto e l’ha onorato. Per questo ho scritto, poche righe sopra, che forse abbiamo partecipato tutti, ieri, a un rito collettivo di passaggio. Se così fosse – ma ci vorranno decenni e decenni per capire se sto scrivendo stupidaggini o se quello che ho scritto ha un senso- il mio abbraccio amorevole verso Fabrizio Frizzi e verso chi lo ha amato da vicino é ancora più gioioso. Se fosse invece solo un vaniloquio di una attempata signora milanese scappata nel bosco, beh, il mio abbraccio sarebbe comunque pieno di riconoscenza. Fa sempre bene vedere una persona che sa essere come é stato lui fino alla fine e vedere che sono in tanti ad apprezzarlo.

Bruciare viva ripresa da un Iphone indifferente.

Il punto é questo ed é un punto molto strano: non tutto esiste ma soltanto quello su cui portiamo la nostra attenzione. O meglio, ogni realtà esiste  indipendentemente da noi, ovviamente, ma non esiste per noi. E’ “altro” da noi, a differenza di quello su cui portiamo la nostra attenzione che, magicamente, diventa “parte” di noi. E più lo alimentiamo come parte di noi più prende forma e ingrassa, s’ingrossa, si colora, si riempie di particolari che prima non vedevamo. E penetra nella nostra consapevolezza per farsi, forse magari un giorno, coscienza. Ma avviene raramente.

Come il filmato che ho visto oggi su Youtube, una ragazza di sedici anni bruciata viva da alcuni uomini che hanno voluto  vendicare così l’omicidio di un tassista, ucciso da una gang di ragazzini. Un cellulare ha ripreso la scena fino in fondo. La folla guardava, indifferente, nessuno ha mosso un dito per aiutarla mentre il suo corpo agonizzava tra le fiamme. Così, come se fosse qualcosa di normale.

Ho visto quel filmato, ho visto il viso insanguinato di quella ragazzina, ora so che é esistita, ora so che ha ucciso un tassista, ora so che l’hanno giustiziata bruciandola viva. Ora sono diventata consapevole che questo può succedere, anche in Guatemale, anche oggi.

Quell’episodio é entrato nella sfera della mia consapevolezza. Certamente si farà coscienza cambiando qualcosa in me, non é qualcosa che ho solo “visto”, l’ho anche “sentito” e ho lasciato che penetrasse nei meandri della mia coscienza.

Se viviamo con gli occhi aperti tutto prende forma e ingrassa, s’ingrossa, si colora, si riempie di particolari che prima non vedevamo, si mostra non per regalarci una visione ma per trasformarci.

Come un’amicizia con una persona che prima non sapevamo che nemmeno esistesse, come un libro che non avevamo mai letto, come una canzone che non avevamo mai sentito. Ma una ragazza che brucia viva davanti ai nostri occhi é l’accettazione della nostra impotenza. Non so cosa possiamo farne di questa impotenza, certo é che non possiamo fingere di capire. Dobbiamo fare un passaggio in più ma, con quelle immagini impresse nei miei occhi e in ogni cellula del mio corpo, questo passo ancora non capisco quale possa essere. Forse solo accettare la mia impotenza.