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Dispersi

Perdere qualcuno, non sapere più dove sia. Non avere risposte, non trovare tracce. Il silenzio più atroce che io possa immaginare, un incubo per me che non riuscivo ad addormentarmi la notte fino a quando i miei figli non erano tornati a casa. Quel silenzio che rende molli le ginocchia e rallenta ogni funzione, quasi a bloccare il tempo in quell’eterno presente che si vorrebbe congelare per mentire a noi stessi e dire che non è da tanto che ci siamo persi. Per soffrire un po’ meno. Terremoto oggi in Giappone, otto morti e quaranta dispersi fino ad ora nell’isola di Okkaido; nei giorni scorsi alpinisti dispersi, velisti dispersi, per decine di ore automobilisti dispersi sotto al crollo del ponte di Genova. E poi l’adolescente disperso di cui non si sono avute tracce per un giorno e una notte e poi la coppia di fidanzatini, le due amiche sparite nel nulla. E l’anziano per giorni disperso e i ragazzini nella grotta in Thainlandia e i greci dispersi durante gli incendi di questa estate e i naufraghi dispersi al largo della Libia e le centinaia di giovani salite sui barconi per raggiungere terre promesse che non hanno mai più dato notizie a casa.. Tutti quegli uomini, quelle donne, quei bambini che non danno più notizie di sé per motivi diversi, in modo diverso, sono accomunati dal dolore e dal terrore di chi li sta aspettando, di chi rimane in apnea fino a quando non arriva una notizia, anche la più tragica. E perfino nel dolore della tragedia il respiro riprende, comunque riprende. E tutti noi che non abbiamo persone amate ad Okkaido, né in Grecia, né nelle grotte o nel mare o sulle montagne attendiamo comunque qualcuno, qualcosa: é l’attesa la prova più dura perché non lascia tregua al moltiplicarsi delle possibilità, è il luogo in cui la mente perversa fa da padrona e batte il suo frustino sulle cicatrici, sulle ferite, sulla pelle morbida senza protezione. E si inventa il dolore, si inventa il terrore, si inventa quel vuoto atroce che non si vorrebbe sentire. La mente non fa che mentire.

E crediamo di essere nudi

armaturaL’ingiustizia, la cattiveria, la brutalità. Le torture, gli omicidi, lo sfruttamento. I maltrattamenti, la prevaricazione, gli sfruttamenti. L’abbandono, il menefreghismo, l’egoismo. Alimentiamo il dolore senza nemmeno più tapparci il naso e senza provare alcun senso di colpa. Ci siamo dimenticati di avere indossato un giorno una corazza e non ce la siamo più tolta. E crediamo, invece, di essere nudi. E di essere buoni. E di essere ragionevoli.

Per questo critichiamo gli altri, chiunque altro faccia parte di “un’altra” squadra. Qualunque ma non la nostra. Ma dentro di noi ci sentiamo buoni e crediamo di partorire il bene, la giustizia, la verità. Siamo costantemente in uno stato di parto ma le nostre creature non nascono più, rimangono dentro le nostre pance e si fanno camaleonti. E quando stanno per nascere sporgono appena appena gli occhietti, si guardano intorno, osservano la loro pelle, le loro fattezze e se là fuori vedono creature diverse da loro ritornano dentro , giusto il tempo di diventare come loro.. per tentare di uscire un’altra volta e ritornare indietro, perché nel frattempo qualcosa là fuori è cambiato. E cambiano anche le nostre creature, i nostri pensieri, i nostri pareri, le nostre certezze.

E questo non perché siamo elastici ma perché pensiamo con la pancia. Non perché ci sappiamo contraddire ma perché non sappiamo cosa dire. Non perché troviamo un altro Senso ma perché siamo senza buon senso.

E non sappiamo più indignarci di fronte al dolore. Forse perché il nostro Sé sa che tutto ha un senso, anche il male, anche il dolore? Forse perché il nostro Sé sa che il male non esiste, che non c’è polarità, che non siamo contesi tra due forze opposte ma tutto serve a insegnarci qualcosa? E’ vero ma il nostro Sé, facendosi saccente, vede tutto dall’alto e forse non sa più vedere da dentro.

Il dolore delle donne stuprate, degli uomini imprigionati, dei bambini bombardati, degli esseri umani torturati, delle creature abbandonate alla loro sorte, dei pacchetti di ossa e di carne e di occhi rispediti nei campi degli stupri e nei lager. Di quei pacchetti di occhi che vorrebbero vedere la luce, di mani che vogliono mollare le sbarre, di bocche che urlano il loro nome. Quando l’ideologia e la paura prendono il posto della coscienza e dell’amore l’organismo umano si blocca e rimane in vita solo la corazza. Ma una corazza non è canale, non è flusso, non è vita.

In questo mondo di iniziazioni..

 

Da un po’ di giorni scrivere mi mette disagio, fatico a strizzare succo dalle parole che sembrano sonnecchiarmi dentro. Come se, umanità provata, fossimo arrivati allo scheletro pietroso del nostro cammino in questo universo. Eppure la mia anima provocatrice non vuole deporre le armi e ha ancora la forza di cercare un Senso. Non il Significato, quello è sempre opinabile e spesso è solo un esercizio di retorica, ma il Senso, quello si, quello bisogna continuare a cercarlo. Un mese, un anno di disastri di ogni genere mentre noi continuiamo a chiederci se sia meglio la spiaggia libera o quella attrezzata e perché durante l’estate la gente sia sempre più cafona.

E intanto intorno a noi si sono moltiplicati incendi, eruzioni vulcaniche, la temperatura aumenta a dismisura, siamo travolti da guerre, lotte, esplosioni di vario tipo, fuori di noi ma anche dentro di noi, esplosioni di una rabbia repressa nel tempo: stiamo attraversando l’iniziazione del Fuoco? Con la stessa intensità, si stanno moltiplicando alluvioni, uragani, tsunami, innalzamento degli oceani, scioglimento dei ghiacciai: l’iniziazione dell’Acqua? Rileggo quello che scrivevo anni fa in Diario di Psicosomatica e aggiungo oggi terremoti che sempre più ci sconvolgono, smottamenti, frane..iniziazione della Terra? E uragani, spostamenti e trombe d’aria, aerei che cadono.. Iniziazione dell’Aria?

La terra, sconvolta, ci manda segnali e noi, sconvolti insieme a lei, forse potremmo chiederci cosa ci sta succedendo dentro, se quello che è fuori di noi ci fa da specchio. Se di iniziazione si tratta, non possiamo ignorarla.

Il Fuoco è l’artefice della metamorfosi, capace di trasformare e trasmutare, è l’energia che anima ogni corpo fisico; la fiamma che sale verso l’alto, il moto ascendente, di crescita, l’ Energia Maschile che ci dona l’impulso ad agire, a salire verso il cielo, a cambiare vibrazione. L’acqua che distrugge ma anche purifica, che porta freschezza lenendo ogni bruciore, l’acqua che è la culla della vita, essenza della fertilità, agente di purificazione e di trascendenza. L’Acqua scende verso il basso, riempie gli spazi vuoti, si diffonde in orizzontale e, quando riposa, rimanda alla calma della Energia Femminile. La Terra, umida e pertanto fertile, compatta e pertanto solida è la madre di tutti gli elementi, è il centro, l’elemento di equilibrio tra il Maschile e il femminile, l’alto e il basso, la staffetta tra le generazioni, da dove veniamo e dove torneremo tutti. La Terra è la regina che governa tutto ma anche l’umile servitrice di tutto. E’ il luogo dell’umano, il nido. L’Aria, il cielo, questo chiederci come possa esserci il pieno nell’apparente vuoto e scoprire che il vuoto non esiste e che la forza di questo nulla apparente è così potente da scaraventarci in altre dimensioni, dentro e fuori da questa nostra realtà.

Ogni processo funziona solo quando ogni scoria diventa energia per un ulteriore processo. Siamo scorie.. in questo mondo di iniziazioni..

 

Prego, faccia pure..tanto io sono ubriaca

..se la donna si ubriaca volontariamente gli stupratori possono avere libero accesso senza aggravante? Siamo davvero ripiombati ufficialmente nel buio del “te l’avevo detto”, “donna avvisata..”, “l’hai voluto tu”, “io ti punisco”, “é colpa tua”, “io uomo posso tu donna no”,” dispongo di te come voglio”, “fila dritto altrimenti…”..sei tu che eri senza autocontrollo..”. La sentenza in fondo manda questo messaggio: approfittare della mancanza di autocontrollo da parte della vittima di stupro non é una aggravante ma é una sorta di lasciapassare al suo consenso..

E non importa che la sentenza , nella sua lettura corretta, potesse voler dire altro, che l’aggravante che viene stabilita se é lo stupratore a somministrare sostanze alteranti, non può essere applicata se la vittima ha consapevolmente scelto, prima, di bere o drogarsi. Non é questo il punto. Il punto é il senso generale che sottostà a questa sentenza e alla lettura che ne potrebbe fare il resto del mondo.

Sono tanti i giochetti che tutti negli anni ci siamo inventati in tema di sesso rubato, sesso volante, sesso selvaggio, sesso straniato.. sulla spiaggia, in automobile, in discoteca, in ogni “famolo strano” in cui siamo capitati ma c’é sempre una condizione imprescindibile, il reciproco consenso. E a noi donne questa differenza é sempre chiara, anche se più inclini a subire che a ribellarci, non perché siamo consenzienti ma perché loro sono prepotenti. Le donne non lo sono , da questo punto di vista , e tendenzialmente subiscono violenza solo in un rapporto etero.  Forse gli uomini non si rendono conto di questa differenza perché molti di loro, quando decidono di scatenare liberamente la loro tempesta genitale con una donna apparentemente consenziente non si chiedono se la donna ci sia tutta intera o se invece sia scappata in qualche suo nido, lasciando lì soltanto l’involucro del “faccia pure ma si sbrighi”.

Abbiamo subito quasi tutte violenza, dal vecchio parente che  con la scusa di coccolarci ci toccava le tette quando eravamo bambine, ai giochini con i nostro coetanei che ci sembravano “normali”ma che, troppo spesso per i nostri gusti, loro desideravano ripetere, ai maniaci incontrati per strada, ai ragazzini e agli uomini che si arrapavano quando meno ce lo aspettavamo e magari non ne avevamo voglia, ai compagni che ridevano poco, parlavano poco, accarezzavano poco ma ce l’avevano fisso in testa. E questo quando ci é andata bene, quando non abbiamo/avremmo dovuto barattarci con attenzioni non gradite, quando non abbiamo dovuto rinunciare a quel lavoro perché non volevamo cuocher avec lui, quando non abbiamo dovuto rimanere inerti e sbigottite di fronte al medico e il terapeuta, che con la scusa del loro potere, ci hanno provato.  Per non parlare, ovviamente, di stupri, violenze, delitti.

Il problema non é mai tecnico, quello serve solo per trovare scuse e non affrontare il problema (lei era già ubriaca, aveva i jeans, la minigonna, usciva da sola, era in discoteca, si é lasciata toccare/ accarezzare, scopare) ma é sempre legato alla sostanza, il diritto che chiunque ha di non essere violato. Le donne questo lo capiscono (e, lo ripeto, in un rapporto sessuale tra donne non si sente mai parlare di stupro. E questo perché?), gli uomini non ci arrivano. Forse perché vengono da Marte? O forse semplicemente perché sono egoisti e le basi della convivenza sociale le hanno a forza messe loro?

 

Memoria porta Coscienza

Una delle mie prime ricerche, tanti anni fa, ai tempi dell’Università, é stato uno studio sul rapporto tra memorizzazione e creatività, basato sul concetto che la creatività aumenta aumentando la capacità di memorizzazione. I concetti, i dati, le parole memorizzate costituiscono un archivio sempre a disposizione per chi sta creando e, se già riposte in quell’archivio, l’energia creativa non viene dispersa nUn concetto allora nuovo per me che ero stata studentessa di una scuola sul crinale tra quella vecchia che promuoveva l’esercizio della memoria e i prodromi del “nuovo” , propenso a sostituire la comprensione del concetto allo studio mnemonico. Per una ventina d’anni, d’allora, ho insegnato anche io, mentre continuavo a esplorare la conoscenza da svariati punti di vista. Per questo , pur promuovendo  lo sviluppo della conoscenza di sé attraverso la Letteratura e la capacità di analisi, sintesi e collegamento, ho sempre voluto che i miei studenti memorizzassero i versi degli autori che insegnavo al triennio del liceo classico, al biennio dello scientifico e nella scuola media. Molto controcorrente, pur insegnando in una delle scuole milanesi più prestigiose dal punto di vista della formazione culturale, invitavo i miei allievi a ricordare a memoria versi danteschi della Divina Commedia e poi Ariosto, Pascoli, Leopardi, Ungaretti e via dicendo, perché capivo che anche lì stava una chiave per sviluppare la creatività. Negli anni, poi, ho anche fondato e diretto una Accademia per lo sviluppo della Creatività, quindi posso dire di conoscere bene l’argomento..ma, anche ora che da quasi venti anni non insegno più a scuola, mi rendo conto che i due elementi, Creatività e memorizzazione, non possono essere scissi. E spero che la Creatività non muoia ora che la memoria é stata addormentata, ora che il numero di parole conosciute é diminuito in modo considerevole e drammatico, ora che le operazioni per noi un tempo elementari sono diventate obsolete: leggere, scrivere, far di conto, memorizzare, analizzare, sintetizzare, collegare, comprendere. Spero che davvero tutto questo venga sostituito da qualcosa di altrettanto valido, e sono certa che qualcosa di buono succederà. Lo spero, perché senza Creatività non può esserci Consapevolezza e senza Consapevolezza non può esserci Coscienza e senza Coscienza la Manipolazione può raggiungere vette ancora più drammatiche. Ho usato apposta la lettera maiuscola, forse con un retaggio di nostalgia per i valori che non vorrei venissero ridotti a meta di una “recherche du temps perdue”, perché per crescere davvero bisogna sempre andare avanti.

Un caffè, un profumo, dei ragazzi intrappolati

Guardo il video dei ragazzi bloccati nella grotta e rimango colpita-oltre che dalla tragedia- da un meccanismo così evidente e chiaro al quale ci siamo assuefatti, come la rana che lentamente muore nell’acqua bollente, senza nemmeno rendersene conto: alle immagini drammatiche si alternano due messaggi pubblicitari che le interrompono senza nessun avvertimento, come se fosse la norma. Ed é diventata la norma guardare con lo stesso stato d’animo-che non ha il tempo di mutare in quei pochi secondi- il testimonial suadente del nuovo profumo di Chanel, i ragazzini affamati, intrappolati, spaesati, soli e Crozza che simpaticamente e allegramente sbevazza il caffé tra le nuvole. Per poi tornare alle immagini drammatiche. Non mi interessa tanto il discorso commerciale che ormai diamo per scontato in tutto, ma il meccanismo di lettura della realtà che ne deriva. Se tutto é sullo stesso piano, niente ha più valore, niente ha più senso se non uno stesso generico diffuso e soffuso battito di ciglia verso energie costruttive e verso energie distruttive. Non possiamo fermare le tragedie, le disgrazie, la morte, non possiamo nemmeno più fermare, per ora, il meccanismo economico che governa tutto. Ma possiamo rieducare alla intelligenza della mente e del cuore, imparando a gestire i falsi valori in un modo più innocuo e, contemporaneamente, cercando di potenziare quelli veri. Mentre aspettiamo che qualcosa cambi dall’altro proviamo a essere testimoni quotidiani di qualcosa di diverso rispetto alla omologazione delle menti e all’addormentamento dei cuori..

Non voglio pop corn e rutto libero

Sono preoccupata, qualche volta capita anche a me. Sono preoccupata perché ho la sensazione che si sia persa completamente la capacità di empatizzare e la si sia barattata con la necessità di schierarsi. Un problema non lo si vede più come l’occasione per mettere a nudo il proprio sentire provando compassione o riprovazione o prendendo una posizione dal profondo del proprio cuore o /e dalla chiarezza della propria mente. Un problema da risolvere è prendere le parti di chi si sia deciso di sostenere, sciomottandone la posizione ideologica. Chi la pensa diversamente sbaglia non perché quello che sostiene sia giusto o sbagliato ma solo perché non si è omologato al proprio schieramento. Vivere oggi è come assistere a una partita di calcio non da intenditori del bel giocare ma da tifosi che non capiscono nemmeno cosa si stia giocando e perché. Vivere con i pop corn, la birra, il rutto libero e un nemico da insultare non è fare scelte consapevoli, non è affrontare con coscienza le scelte sapendo che possono essere quelle sbagliate perché non esistono ricette sicuramente valide. Tacere è spesso l’unica soluzione per riuscire ad ascoltarsi dentro e a guardare davvero nell’intimo del problema. E poi procedere per tentennamenti, sempre in tempo reale, attimo dopo attimo. Potendo cambiare idea, contraddicendosi, procedendo per contrasti ma sempre con cuore e mente aperti. E tanta tanta empatia.

Politici transgenici

 

Forse il problema sta tutto nella Ragion di Stato. Quella che si è mangiata etica e cultura che, poi, dovrebbero essere la stessa cosa. Un governante deve essere educato a discernere i valori e, prima di tutto, a saperli riconoscere. Per riconoscerli deve sapere che esistono e averli coltivati dentro di sé. Per tutto questo ci vuole cultura che non è conoscenza enciclopedica ma capacità di cogliere il Senso in ogni scelta e di saperla orientare nella direzione del bene. E il bene cos’è se non un equo sviluppo del potenziale umano attraverso un’equa distribuzione delle risorse? Platone diceva che i governanti hanno un’anima aurea propensa al bene ma anche che vanno educati al bene perché quella loro potenzialità potrebbe non trasformarsi mai in atto. La loro presunta sapienza, quindi, non è scontata ma va guadagnata. Coltivata. Credo che la coltivazione di qualunque bene rispettandone la natura, compreso il bene delle potenzialità, sia oggi l’ultimo pensiero di chicchessia. Si preferisce distruggere per poter ricostruire e rivendere a prezzo più alto ma senza l’anima originaria o, per meglio dire, senza il gene originario. Ci siamo abituati a politici transgenici la cui anima originaria non è governare ma assumere il potere. Uomini politici come pomodori, mais, salmoni. Che differenza c’è in una società che ha barattato la cultura con la manipolazione? Teniamoci stretti i brandelli di cultura che ancora sopravvivono e cerchiamo di seminarli ovunque. Magari cresceranno di nuovo governanti sapienti, quelli che conoscono il bene.

Paradossi kafkiani nel conto dei conti, tra siti e governi

conte

Sono finalmente riuscita a rientrare in questo mio sito, avvolta dalla  stessa sensazione di mistero che si era accompagnata a quel ritrovarmi di colpo, senza un apparente motivo,  estranea, straniera, impossibilitata a scrivere su questo mio sito, abilitata solo alla lettura, una follower. Follower di me stessa. Non so cosa sia accaduto ma é successo e questo essere estromessa mi ha catapultata per qualche giorno in una atmosfera kafkiana- tanto quanto é bastato a riportarmi qui, a scrivere sul mio blog queste parole che state leggendo. Follower di me stessa ma impossibilitata a scrivere alcunché, quindi impossibilitata a comunicare qualcosa di nuovo ai miei followers e quindi anche a me stessa. Estromessa dalla Sala dei Comandi ho dovuto mettermi all’opposizione cercando ovunque alleati che mi spiegassero come fare, senza trovare nessuno che riuscisse a capire da che parte afferrare il bandolo della matassa. Un paradosso? Oppure soltanto un tentativo di riconquistare- io follower- la fiducia in -me stessa admin- del mio sito? Io che mi guardo in questo Universo Specchio e continuo a vedere una me stessa che  cerca disperatamente di rientrare in sé cambiando password. E fino a quando non accetto di ritornare alla vecchia password  rimango chiusa fuori da tutto. Da Tutto, anche da me perché l’Universo é un Ologramma, ne ho parlato ieri sera alla mia conferenza. E se cerco disperatamente di cambiare dall’esterno, usando una password che non mi appartiene, certamente non entro. Fino a quando accetto di usare di nuovo, forse per la quindicesima volta, la vecchia password ma senza speranza, visti i dinieghi precedenti. E invece, inspiegabilmente, mi ricongiungo a me. Senza bisogno di un terzo che sostituisca me a me. Ecco, ma se siamo Tutti Uno perché siamo in pochi a capirlo e non ci mettiamo d’accordo con i nostri alleati, se proprio vogliamo prendere il Potere, visto che non ce l’abbiamo fatta a far crescere dall’interno la nostra Potenza? Io questa mattina, nel mio piccolo , ce l’ho fatta. Forse perché ho creduto che sarebbe successo.

A testa in giù

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Credo che sia arrivato il momento di metterci tutti a testa in giù. Si, proprio a testa in giù, tutti capovolti, perché continuare a guardare il cielo é inutile, lo conosciamo già. Ne conosciamo l’immensità e sappiamo i nomi delle stelle e forse in quel cielo in parte ci siamo già. E’ vero, le cose più alte ci arrivano dal cielo ma da lassù scendono anche le nostre incertezze e, già lo sappiamo, dalle incertezze e dai dubbi nasce la ricerca. Però abbiamo già cercato tanto,  ora dobbiamo metterci a testa in giù e ricominciare a guardare le radici perché sono quelle, le radici, che abbiamo dimenticato. Una radice raccoglie l’energia per manifestare la sua potenza, la sua forza, il suo progetto. Altro non fa. Una radice non sa “come” si fa, non l’ha imparato da nessuna parte, semplicemente lo fa. Una radice non vorrebbe fare nient’altro che questo, perciò lo fa bene. E non chiede niente per farlo, entra semplicemente nella sua natura e trasforma la sua essenza in servizio e in dono. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice penetra in profondità nel terreno e scende più che può ad afferrare la sostanza da cui succhiare esistenza e stabilità, non si accontenta di agganciarsi a caso all’ultimo granello di terra che per caso l’ha sfiorata. Non scambierebbe mai una manciata di terriccio trasportato lì dal vento  per il suo “nido”nel quale sprofondarsi sicura, non si accontenta  di qualche litro di Cocacola al posto dell’acqua e dei sali minerali. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice é l’alfa e l’omega perché dalle profondità della terra si fa canale perché l’energia della Madre salga attraverso il tronco fino al Cielo ad incontrare il Padre. Noi ci siamo dimenticati di essere canale.  Senza radici cerchiamo di inventarci ogni giorno il nostro equilibrio, la nostra stabilità, i nostri riferimenti e ci dimentichiamo di crescere. O forse  tutto questo lo sappiamo fare ma nel silenzio della nostra stanza di meditazione, quando nessuno ci vede, nessuno ci sente, nessuno ha bisogno di noi. Forse ci stiamo ancora preparando a trasformare la nostra crescita interiore in servizio e in dono ma, credetemi, é ora di farlo, ognuno condividendo ciò che ha e ciò che é. Ma prima mettiamoci tutti a testa in giù, almeno per un poco. Forse da capovolti capiremo qualcosa di più.