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Paradossi kafkiani nel conto dei conti, tra siti e governi

conte

Sono finalmente riuscita a rientrare in questo mio sito, avvolta dalla  stessa sensazione di mistero che si era accompagnata a quel ritrovarmi di colpo, senza un apparente motivo,  estranea, straniera, impossibilitata a scrivere su questo mio sito, abilitata solo alla lettura, una follower. Follower di me stessa. Non so cosa sia accaduto ma é successo e questo essere estromessa mi ha catapultata per qualche giorno in una atmosfera kafkiana- tanto quanto é bastato a riportarmi qui, a scrivere sul mio blog queste parole che state leggendo. Follower di me stessa ma impossibilitata a scrivere alcunché, quindi impossibilitata a comunicare qualcosa di nuovo ai miei followers e quindi anche a me stessa. Estromessa dalla Sala dei Comandi ho dovuto mettermi all’opposizione cercando ovunque alleati che mi spiegassero come fare, senza trovare nessuno che riuscisse a capire da che parte afferrare il bandolo della matassa. Un paradosso? Oppure soltanto un tentativo di riconquistare- io follower- la fiducia in -me stessa admin- del mio sito? Io che mi guardo in questo Universo Specchio e continuo a vedere una me stessa che  cerca disperatamente di rientrare in sé cambiando password. E fino a quando non accetto di ritornare alla vecchia password  rimango chiusa fuori da tutto. Da Tutto, anche da me perché l’Universo é un Ologramma, ne ho parlato ieri sera alla mia conferenza. E se cerco disperatamente di cambiare dall’esterno, usando una password che non mi appartiene, certamente non entro. Fino a quando accetto di usare di nuovo, forse per la quindicesima volta, la vecchia password ma senza speranza, visti i dinieghi precedenti. E invece, inspiegabilmente, mi ricongiungo a me. Senza bisogno di un terzo che sostituisca me a me. Ecco, ma se siamo Tutti Uno perché siamo in pochi a capirlo e non ci mettiamo d’accordo con i nostri alleati, se proprio vogliamo prendere il Potere, visto che non ce l’abbiamo fatta a far crescere dall’interno la nostra Potenza? Io questa mattina, nel mio piccolo , ce l’ho fatta. Forse perché ho creduto che sarebbe successo.

A testa in giù

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Credo che sia arrivato il momento di metterci tutti a testa in giù. Si, proprio a testa in giù, tutti capovolti, perché continuare a guardare il cielo é inutile, lo conosciamo già. Ne conosciamo l’immensità e sappiamo i nomi delle stelle e forse in quel cielo in parte ci siamo già. E’ vero, le cose più alte ci arrivano dal cielo ma da lassù scendono anche le nostre incertezze e, già lo sappiamo, dalle incertezze e dai dubbi nasce la ricerca. Però abbiamo già cercato tanto,  ora dobbiamo metterci a testa in giù e ricominciare a guardare le radici perché sono quelle, le radici, che abbiamo dimenticato. Una radice raccoglie l’energia per manifestare la sua potenza, la sua forza, il suo progetto. Altro non fa. Una radice non sa “come” si fa, non l’ha imparato da nessuna parte, semplicemente lo fa. Una radice non vorrebbe fare nient’altro che questo, perciò lo fa bene. E non chiede niente per farlo, entra semplicemente nella sua natura e trasforma la sua essenza in servizio e in dono. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice penetra in profondità nel terreno e scende più che può ad afferrare la sostanza da cui succhiare esistenza e stabilità, non si accontenta di agganciarsi a caso all’ultimo granello di terra che per caso l’ha sfiorata. Non scambierebbe mai una manciata di terriccio trasportato lì dal vento  per il suo “nido”nel quale sprofondarsi sicura, non si accontenta  di qualche litro di Cocacola al posto dell’acqua e dei sali minerali. Noi non lo sappiamo più fare. Una radice é l’alfa e l’omega perché dalle profondità della terra si fa canale perché l’energia della Madre salga attraverso il tronco fino al Cielo ad incontrare il Padre. Noi ci siamo dimenticati di essere canale.  Senza radici cerchiamo di inventarci ogni giorno il nostro equilibrio, la nostra stabilità, i nostri riferimenti e ci dimentichiamo di crescere. O forse  tutto questo lo sappiamo fare ma nel silenzio della nostra stanza di meditazione, quando nessuno ci vede, nessuno ci sente, nessuno ha bisogno di noi. Forse ci stiamo ancora preparando a trasformare la nostra crescita interiore in servizio e in dono ma, credetemi, é ora di farlo, ognuno condividendo ciò che ha e ciò che é. Ma prima mettiamoci tutti a testa in giù, almeno per un poco. Forse da capovolti capiremo qualcosa di più.

 

 

SIAMO LA NOSTRA PARTE CHE SA

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Io non ho paura. Davvero. Eppure non è difficile rendersi conto che lo stato d’animo globale è oramai la paura. Non c’è più spazio per un imprevisto che generi sconcerto, stupore, risata.. di questi tempi qualunque cosa succeda si teme sempre il peggio. E si scatena il panico. Cosa vuol dire vivere nella paura, che senso ha? La paura è utile quando ci avverte di un reale pericolo e quando ci impedisce di metterci in situazioni che è meglio evitare. Ma è senza senso quando ci fa credere che dietro ad ogni porta ci sia un leone pronto a sbranarci. Oggi però viviamo mischiando ai leoni ossessivamente immaginati anche quelli reali e quindi quella della paura è una tematica da affrontare e da superare. Dobbiamo trovare una soluzione ma io credo che non abbia senso cercare di sconfiggere la paura con il coraggio, perché sarebbe soltanto un coraggio reattivo, nato dalla nostra stessa paura e quindi pronto a sgonfiarsi al primo incidente di percorso. La paura non è soltanto uno stato d’animo, è oggi un campanello d’allarme pronto a farci cambiare rotta se sappiamo ascoltarlo non solo con le orecchie e gli occhi aperti ma anche con il cuore spalancato: va presa al varco prima ancora che si generi e lo si può fare solo attraverso un cambiamento radicale perché, lo ripeto, a nulla serve tentare di sconfiggerla. Ben lo sappiamo che nessun problema si può risolvere dallo stesso livello di coscienza che lo ha creato.

E allora sta a noi la scelta, continuare a procedere come sempre o accogliere l’opportunità per un cambiamento radicale, passando dal piano della forza a quello della coscienza e lasciandoci guidare dallo spirito, da quella nostra parte che tutto sa. E’ quella parte che possiamo chiamare Sé, ben conscia del perché siamo in questa dimensione, di quali sono i nodi da sciogliere, le tematiche da trattare, le note da suonare. Una parte cui potremmo attingere a piene mani se non fossimo costantemente fuorviati dalla nostra Personalità che ci siamo costruiti per essere accettati, per avere consenso sociale, sostanzialmente per essere amati. E questa nostra parte meno genuina, più preparata a tavolino, si è talmente impastata con il nostro presunto Sé da soffocarne la voce, sostituendola con il suo canto farlocco, degno delle Sirene ma spesso lontano da quello che siamo. E allora come fare ad andare al di là della paura? Proviamo a capovolgere il problema, ad affrontarlo dal punto di vista diametralmente opposto. Proviamo a dire non che viviamo male perché abbiamo paura ma che abbiamo paura perché stiamo vivendo male. E abbiamo vissuto male troppo a lungo, dimenticandoci di vivere a contatto con quella parte , viva dentro ciascuno di noi, che ben conosce il senso della nostra esistenza. L’abbiamo messa a tacere.

Siamo nel tempo della crisi, ecco perché abbiamo paura, ma la crisi altro non è che crisi della coscienza che non può più far accettare i vecchi modelli, le vecchie regole, le inutili abitudini. Ogni crisi è sempre stata e sempre sarà un’ occasione per introdurre dei cambiamenti, il periodo della Metamorfosi che ci chiede di riemergere in una nuova pelle e di funzionare nel mondo senza più compromessi.

Ma se non riconosciamo l’opportunità di crescita che ogni crisi ci porta facciamo della Paura il nostro totem: perché la Paura manipola la coscienza umana, serve a controllare ognuno di noi perché non c’è libertà nella Paura e non c’è nemmeno la lucidità che ci permette di attingere ai nostri livelli superiori e di trovare alternative.

Alla base della Paura c’è sempre una questione di Potere perché la paura è mancanza di Potenza. Quando sono nella mia Potenza sto attingendo ad ogni aspetto fertile di me e sto vivendo ben radicata in quello che sono e in quello che sto per diventare. Se perdo la mia Potenza lascio spazio al Potere, gran brutta bestia che mi spinge tra le braccia di altri cui affidarmi, spalancando la porta al loro Potere nella nostra vita. Da lì il passo è veloce a dipendere da questi altri e quindi ad averne paura , paura di loro, del loro giudizio, del confronto. Paura di perdere le nostre certezze. Ogni forma di paura genera controllo e poco importa se vogliamo imporci sugli altri o se lasciamo che gli altri si impongano a noi.

Nell’uno e nell’altro caso, quando esercitiamo o quando subiamo potere, non ci prendiamo la nostra res-sponsabilità , quindi non sponsiamo la res, noi stessi e ci perdiamo la nostra Potenza. Ci percepiamo separati e quindi non possiamo attingere a quella unione col Tutto, garanzia della nostra Potenza.

La paura, allora, ci allontana dall’ascolto della voce del nostro Sé, quella parte che potrà permettere il cambiamento, che potrà permettere di disvelarsi alla nostra identità di essere spirituale che sta facendo un cammino in questa dimensione per ricordarsi di essere parte della Fonte. Cosa fare, allora, di fronte alla Paura per passare dal piano della forza a quello della coscienza? E se parlassi di Energia del Femminile la trovereste una risposta soddisfacente? Ne parleremo, con calma, insieme…

Fabrizio Frizzi, un Uomo Nuovo, un funerale, un rito collettivo di passaggio?

frizzi

Quello che sto per scrivere forse andrà controcorrente in parte degli ambienti che solitamente mi leggono ma comunque non importa. Io scrivo ugualmente.  Mi riferisco alla morte di Fabrizio Frizzi e alla partecipazione corale che questa morte ha suscitato tra la gente, andando a toccare corde del cuore e creando una risonanza che ha dell’eccezionale.

I suoi colleghi e il suo pubblico sono stati unanimi nel parlare di lui come di un uomo buono, generoso, autentico che non ha mai esitato a donare se stesso come persona, prima ancora che come personaggio. Il suo sorriso é entrato nel cuore di tutti che non esitano a definirlo un sorriso vero, non un atteggiamento da telecamera.

Ho seguito in diretta il suo funerale, nella Chiesa degli Artisti i suoi colleghi erano stipati ai limiti dello spazio disponibile e chi non stava singhiozzando aveva comunque gli occhi lucidi e lo sguardo trafitto dal dolore. Oppure gli occhiali scuri. La partecipazione alla cerimonia religiosa é stata unanime e non credo che tutte le persone lì presenti fossero cattolici praticanti; eppure non uno sembrava essere lì per caso, tutti uniti all’amico che aveva apparentemente lasciato tra loro solo un corpo esanime dentro ad una cassa di legno e una fotografia sorridente.

Eppure, pur attraverso lo schermo della televisione, io respiravo quella commozione, quel dolore ma ho visto chiaramente anche una sorta di rinascita in ognuno di loro, come se stessero partecipando ad un rito collettivo di passaggio. E  la folla stipata nella piazza romana sembrava  amica di Frizzi come ognuna delle persone che erano riuscite ad entrare in chiesa. Ugualmente potrei dire di ognuno degli spettatori che stava assistendo alla cerimonia dal salotto della sua casa.

Perché ho parlato di rito collettivo di passaggio tra poco potrà forse essere chiaro. Ma prima vorrei dire a chi eventualmente starà pensando ” Certo, il Potere usa qualunque mezzo per distogliere la gente dalle schifezze che stanno avvenendo in politica, in economia e ovunque, anche un funerale!”..a chi é consapevole di come spesso questo purtroppo avvenga con notizie e avvenimenti che tristemente hanno anche questo ruolo, vorrei dire che questa volta questo fenomeno di partecipazione così macroscopica ha forse un diverso Senso.

La gente, il mondo, si é accorto della grandezza di questa anima semplice che, pur essendo un personaggio, si é comportata prima di tutto come persona, come essere umano; ed é infatti la sua umanità quella ha conquistato il cuore di tutti. La folla si é mossa unanime per raggiungere la camera ardente e poi il posto del suo funerale, come fossero tutti guidati da qualcosa che non era solo un desiderio di “esserci” per fanatismo, protagonismo o desiderio di emulare i volti noti della tv.

Quella folla si é mossa seguendo qualcosa che , pur non sapendo cosa fosse, sentiva essere grande e che, genericamente, ha chiamato affetto, stima, partecipazione. E che certamente é anche quesi tre aspetti che, per fortuna, il mondo non ha ancora dimenticato.

Quella folla, tutta quella gente si é accorta, se pur inconsciamente, che Fabrizio Frizzi rappresentava l’Uomo Nuovo, espressione di una nuova umanità  in formazione, consapevole del proprio compito quotidiano, della propria nota da suonare. Una umanità responsabile, capace di mettere il cuore in ogni sua scelta, quindi cor-aggiosa, capace di ac-cor-gersi, di guardare la vita con gli occhi del cuore; capace di essere empatica, di comunicare ai suoi livelli interiori profondi non dalla personalità ma dall’essenza. Ancora una volta potrei dire “dal cuore”; capace di accogliere ogni persona per quello che é, senza fare distinzioni di ruolo, di potere, di “maschera”;  capace di sorridere e di gioire, di dare, di ricevere, di chiedere. E tutto quello che in questi giorni ci hanno raccontato di Fabrizio non corrisponde forse a queste caratteristiche?

E’ fin troppo evidente che siamo in un momento storico di cerniera tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, il primo fondato sul Potere, il secondo sull’Amore. Per chi mastica una rudimentale e elementare conoscenza della struttura dell’umano, potrei dire che siamo storicamente nel punto di passaggio tra il Terzo e il Quarto Chakra e che l’obiettivo della crescita spirituale dell’umanità tutta sta proprio in questo passaggio. Un passaggio che non é immediatamente evidente perché siamo tutti concentrati sui sempre più evidenti strascichi del vecchio che sembrano essere sempre più marcati. Aggressività, prepotenza, violenza, paura, potere. Man mano che questi strascichi si fanno più potenti, sempre più persone stanno scegliendo di elevare la loro coscienza verso valori ben più alti, se non altro per togliersi di dosso quella energia densa e pesante generata dalla paura, dalla separazione, dalla competitività.

Un uomo come Fabrizio Frizzi é l’emblema dell’Uomo Nuovo, naturalmente orientato verso il bene, semplicemente capace di essere se stesso al di là di ogni sovrastruttura, generoso perché le sue scelte nascevano dal cuore e non da quel calcolo che spesso costringe chi vuole il successo a farne un dio. Era capace di donare prima di tutto se stesso, il suo tempo, la sua attenzione, il suo accudimento e perfino il suo midollo osseo. Dedicava il tempo al suo lavoro perché era anche la sua passione e alla sua famiglia che teneva lontana dai riflettori, agli amici ai quali sapeva donare amore.. sapeva chiedere scusa e riconoscere i suoi errori, portava gioia e si divertiva stando totalmente “dentro” a qualunque cosa facesse.. non era un uomo speciale, era un Uomo come tutti siamo chiamati ad essere se vogliamo ridare splendore alla nostra Umanità.

E la gente questo l’ha capito, l’ha fatto suo, si é resa consapevole di tutto questo. Ora dovrà portare questa consapevolezza a coscienza e allora, forse, il cammino della Umanità nel percorso della sua crescita avrà fatto un passo in avanti. Il miracolo non é Fabrizio Frizzi, lui é solo un apripista che non ha fatto altro che essere se stesso fino in fondo; il miracolo é tutta questa gente che finalmente ha aperto gli occhi e l’ha riconosciuto e l’ha onorato. Per questo ho scritto, poche righe sopra, che forse abbiamo partecipato tutti, ieri, a un rito collettivo di passaggio. Se così fosse – ma ci vorranno decenni e decenni per capire se sto scrivendo stupidaggini o se quello che ho scritto ha un senso- il mio abbraccio amorevole verso Fabrizio Frizzi e verso chi lo ha amato da vicino é ancora più gioioso. Se fosse invece solo un vaniloquio di una attempata signora milanese scappata nel bosco, beh, il mio abbraccio sarebbe comunque pieno di riconoscenza. Fa sempre bene vedere una persona che sa essere come é stato lui fino alla fine e vedere che sono in tanti ad apprezzarlo.

Bruciare viva ripresa da un Iphone indifferente.

Il punto é questo ed é un punto molto strano: non tutto esiste ma soltanto quello su cui portiamo la nostra attenzione. O meglio, ogni realtà esiste  indipendentemente da noi, ovviamente, ma non esiste per noi. E’ “altro” da noi, a differenza di quello su cui portiamo la nostra attenzione che, magicamente, diventa “parte” di noi. E più lo alimentiamo come parte di noi più prende forma e ingrassa, s’ingrossa, si colora, si riempie di particolari che prima non vedevamo. E penetra nella nostra consapevolezza per farsi, forse magari un giorno, coscienza. Ma avviene raramente.

Come il filmato che ho visto oggi su Youtube, una ragazza di sedici anni bruciata viva da alcuni uomini che hanno voluto  vendicare così l’omicidio di un tassista, ucciso da una gang di ragazzini. Un cellulare ha ripreso la scena fino in fondo. La folla guardava, indifferente, nessuno ha mosso un dito per aiutarla mentre il suo corpo agonizzava tra le fiamme. Così, come se fosse qualcosa di normale.

Ho visto quel filmato, ho visto il viso insanguinato di quella ragazzina, ora so che é esistita, ora so che ha ucciso un tassista, ora so che l’hanno giustiziata bruciandola viva. Ora sono diventata consapevole che questo può succedere, anche in Guatemale, anche oggi.

Quell’episodio é entrato nella sfera della mia consapevolezza. Certamente si farà coscienza cambiando qualcosa in me, non é qualcosa che ho solo “visto”, l’ho anche “sentito” e ho lasciato che penetrasse nei meandri della mia coscienza.

Se viviamo con gli occhi aperti tutto prende forma e ingrassa, s’ingrossa, si colora, si riempie di particolari che prima non vedevamo, si mostra non per regalarci una visione ma per trasformarci.

Come un’amicizia con una persona che prima non sapevamo che nemmeno esistesse, come un libro che non avevamo mai letto, come una canzone che non avevamo mai sentito. Ma una ragazza che brucia viva davanti ai nostri occhi é l’accettazione della nostra impotenza. Non so cosa possiamo farne di questa impotenza, certo é che non possiamo fingere di capire. Dobbiamo fare un passaggio in più ma, con quelle immagini impresse nei miei occhi e in ogni cellula del mio corpo, questo passo ancora non capisco quale possa essere. Forse solo accettare la mia impotenza.

Anche se non ci chiamiamo Hawking

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«Ho scommesso 100 dollari – diceva – perché spero che non riesca a scoprirla, la famosa “particella di Dio”. Credo che sarebbe più eccitante se non lo trovassimo; dimostrerebbe che c’è qualcosa di sbagliato nelle nostre idee e che dobbiamo pensare di più per trovare altre spiegazioni”.

Così sosteneva geniamente Stephen Hawking, astrofisico britannico noto per i suoi buchi neri, affetto da atrofia muscolare progressiva e morto questa notte. Un uomo davvero risvegliato da quel sonno ipnotico che ci fa credere soltanto a quello che già conosciamo e che ci trattiene legati ad una camicia di forza, l’incapacità di guardare dove ancora il nostro occhio non si é posato, la mancanza di coraggio di toglierci quel paraocchi fatto di false credenze e di paure .

Hawkins, paradossalmente, ha saputo sperimentare la vita da una visione più ampia, nonostante la sua condizione avrebbe potuto relegarlo in una piccola pozione di mondo, restringendosi giorno dopo giorno.

Ma questi paradossi sono molto più frequenti di quanto siamo portati a credere perché la nostra unità di misura non tiene conto di chi, forse, non indaga sull’origine dell’universo ma quotidianamente cambia la percezione che fino a poco prima aveva avuto del mondo e di sé. E lo fa magari lontano dalle telecamere, il suo nome é sconosciuto ai più, le sue scoperte non hanno nulla di sensazionale ma, nonostante tutto questo, riesce a ricordarsi di sé e, da quella postazione, si accorge che fino a quel momento aveva vissuto dormendo.

Sono tante, sono sempre di più infatti le persone che approdano a più alti livelli di coscienza, forse proprio perché viviamo oggi in un mondo così polarizzato su un conflitto di credenze da indurre a scegliere di ripulirsi dall’accumulo di paure cercando un senso più alto e più profondo a quei falsi programmi di vita. Sono tante le persone che si accorgono di come in ogni istante si possa scegliere a quale scenario di realtà partecipare, smettendola di vivere in modo meccanico, ripetitivo , disinserendo vecchi programmi obsoleti e cercando di recuperare la capacità di lasciarsi guidare dalla coscienza. Sono infinte le possibilità di approdare a futuri motivanti che portino alla luce le nostre potenzialità che abbiamo lasciato dormire magari troppo a lungo.

Hawking é stato uno scienziato, non un ciarlatano e, come uomo di scienza, é stato prima di tutto un visionario capace di usare non solo la sua razionalità ma anche e, ancora prima, la sua immaginazione. E’ stato capace di esplorare la realtà con un nuovo senso, con quello che la sua immaginazione gli suggeriva, forse non sapendo cosa avrebbe trovato al di là del conosciuto ma sapendo che era suo diritto e suo dovere spingersene al di là perché ciò che cercava già c’era ma nessuno se ne era ancora accorto.

E questa é la vita, non solo di uno scienziato ma di tutti noi, questo cercare di spingerci sempre al di là di quello che abbiamo creduto di essere fino ad un istante prima, a quelle immagini di noi che gli altri ci hanno rimandato perché noi ci siamo presentati loro attraverso la nostra personalità ma molto raramente attraverso la nostra essenza. Ma é da quella essenza, da quello che noi siamo ai nostri livelli interiori profondi, che deve partire la spinta ad evolverci e a camminare su quel terreno cosparso di segnali che ci riguardano e che forse solo noi sappiamo leggere, come fossero boe che segnano il nostro percorso.

Fino a quando viviamo dormendo non possiamo desiderare quello che ancora non c’é ma quando ci accorgiamo che siamo zombie più morti che vivi, allora possiamo incominciare ad aprire gli occhi e a “vedere”, anche  se quello che vediamo é solo un frammento della nostra piccola esistenza umana.

(nella foto Stephen Hawking con Mirella Santamato da me intervistata per Dol’s)

Non serve scendere, meglio fare un balzo dal sedile posteriore al posto di guida

Non possiamo scendere da questo mondo, dobbiamo restarci a bordo anche solo per vedere che cosa sta per succedere. E’ normale a questo punto non capirci più niente e rimanere, attoniti, a guardare i giri di valzer, i passi di minuetto e le sfogate di rap chiedendoci che senso abbia mai tutto quello che sta avvenendo.

A tratti ci sembra una follia che l’umanità sia così polarizzata su un conflitto di credenze, da un lato ansia, stress, violenza, aggressività, lotta, guerre, sopraffazione, potere, inganno, tradimento e dall’altro pace, amore, ritorno alla natura, rispetto per ogni essere vivente, aumento di consapevolezza, sviluppo della coscienza. Ma non é follia, sappiamo bene che quello tra luce e buio non é un conflitto ma un accordo perché nella luce si nasconde sempre un seme di buio e nel buio un seme di luce. Dalla notte nasce il giorno e dal giorno la notte, dalla sistole la diastole e viceversa,lo yang si evolve in yin e lo yin si evolve in yang dando vita a quel movimento ciclico ininterrotto che é la vita. E questa apparente contraddizione altro non é che uno stimolo per l’umanità che forse é sul punto di risvegliarsi ad un più alto livello di valori.

A tratti ci sembra una follia ogni decisione avventata in ogni campo e in questi tempi il campo politico sembra fare stragi al buon senso con un carosello di  nonsense che si intrecciano, si sovrappongono, si moltiplicano. Ma non é follia, é l’ovvio risultato di un alternarsi di versioni del mondo, ognuna delle quali ha il suo perché visto che ogni versione possibile é quella stazione radio su cui ognuno ha scelto di sintonizzarsi.

C’é chi sta vivendo sintonizzato sulla paura e sceglie per fuggire, chi vive sintonizzato sulla responsabilità e sceglie per cercare. E poi c’é chi non sceglie affatto perché ancora non sa che ha il potere di farlo. Ma vive dormendo e si perde l’opportunità di vagare tra le infinite possibilità, limitandosi a farsi vivere, rinunciando a desiderare quello che ancora non c’é, accontentandosi di quello che gli fanno credere che ci sia. E così non può darsi da fare per conquistare quello che ancora manca e si limita a vivere in cantina pur avendo a disposizione una casa di molti piani, una intera città ed una serie di mondi possibili. Guarda dal basso, quando guarda, e vede soltanto il portone della casa di fronte e pensa che quello sia tutto l’unico  mondo possibile in alternativa al suo. E sogna di poterci un giorno entrare ma non fa nulla per uscire da lì perché, in fondo, lì ha tutto quello che gli serve, un letto, una cucina e una televisione. E magari anche qualcuno da amare. E poi non fa nulla per uscire anche perché se ne dimentica, non riesce a mantenere costantemente viva la sua consapevolezza, il suo desiderio. Che rimane tale senza mai diventare azione. Poi, forse, un giorno si sveglierà, magicamente si accorgerà di essere stato semplicemente uno degli inquilini delle tante cantine e inizierà ad odiare ogni cantina, ad odiare le scale che lo separano dal marciapiede ma a fatica riuscirà a guadagnarsi il sole. E si accorgerà che quel portone non é l’altra metà del mondo ma é uno dei tanti portoni che di nuovo potrebbero riportarlo in cantina e lo odierà, dopo averlo idolatrato come l’altra unica scelta possibile. E vedrà che esistono altre vie, altre piazze, i tram, le automobili , i treni e altre città, gli aerei e altre nazioni. E odierà tutto quello che incontra e disubbidirà ad ogni regola perché, se vorrà salvarsi, dovrà prendere le distanze da tutto quello che aveva creduto di essere. E si lascerà alle spalle tutti i vecchi programmi, le vecchie credenze, lasciando dissolvere l’immagine di schiavo che aveva di sé e tutta la sua impotenza, ogni azione meccanica e ripetitiva.  E si dimenticherà di quello che é stato. E si accorgerà che tutte le sue cellule stanno ascoltando tutti i suoi pensieri e si chiederà come può trovare nuove soluzioni e cercherà di metterle in atto. E si metterà finalmente alla guida della sua automobile facendo un balzo dal sedile posteriore e inizierà a creare il suo presente, creando e fallendo, creando di nuovo e di nuovo cercando. E si piacerà, finalmente si piacerà perché vivere per tutta la vita dentro alla pelle di una persona che si detesta é una follia. E piacendosi scoprirà che esistono anche gli altri perché incomincerà ad accorgersi che nel suo sangue scorrono emozioni, vortici di energia e sentimenti. E inizierà a vagare lungo i fili invisibili che lo collegano ad ogni altro e a scoprire che se fa lo sgambetto al suo vicino anche lui presto cadrà perché quel filo che li tiene uniti lo trascinerà a terra. E si accorgerà che quel filo si snoda anche incurante dello Spazio e del Tempo e porta mutamenti repentini e nuove intuizioni, flash improvvisi. E capirà di non essere solo. E capirà che nessuno di noi é neutro per la vita di un altro ma può fare la differenza per chiunque.

A questo punto si sarà risvegliato e non sceglierà più per fuggire ma per cercare. Allora, forse, potrà anche votare. Chissà.

Auguri di cuore

Oggi é il mio compleanno, sono sessantaquattro. Il numero mi fa un po’ impressione, io dentro mi sento sempre la stessa. Forse perché ho imparato ad andare come una scheggia ma lentamente lungo la via, senza fermarmi in ristagni troppo lunghi ma assaporando ogni istante. Come gli auguri che sto ricevendo su Fb, sono circa cinquecento scambi tra me e una fetta di mondo, per me qualcosa di più di una formale risposta ad un invito dello staff di Zuckerberg; mi piace entrare in contatto con ogni persona che ha rubato per me qualche secondo alla sua vita, mi piace rispondere ringraziando, mi piace dedicare una scheggia del mio tempo a noi due. E non importa se sono miei amici intimi oppure no, se non li ho mai visti e conosco a mala pena il loro nome o se non lo conosco affatto. Nell’istante in cui leggo i loro auguri e rispondo con il mio grazie, in quel momento quella persona é la persona più importante per me, qualunque cosa stia avvenendo intorno a me. Come quando ai miei seminari invito i miei studenti a guardarsi a lungo negli occhi senza dire una parola, raggiungendo con lo sguardo l’uno l’anima dell’altro. Istanti magici, sono quelli che fanno la differenza. E così i miei cinquecento auguri diventano cinquecento incontri, cinquecento movimenti di energia da cuore a cuore, cinquecento istanti di magia. E per ogni augurio un attimo di stupore e di meraviglia.

Arcimboldo, Le Jene e noi, gioiosi inquieti decadenti pieni di semi

Un ragazzo sfregia una professoressa, un genitore aggredisce un professore, un professore ricatta sessualmente un’allieva, si consuma bullismo tra i banchi, ogni diversità viene perseguitata e insultata e oltraggiata, insegnanti maltrattano bambini alla scuola materna..e la lista di quello che sta avvenendo nella scuola potrebbe andare avanti.

Pensando a tutto questo mi viene in mente un quadro di Arcimboldo, “Il cuoco” che, osservato da un certo punto di vista, mostra delle pietanze sul vassoio e, da un altro punto di vista mostra il viso un po’ inquietante di un uomo. Analizzando questo pittore spesso parlano di gioco, di scherzo, di scelta burlesca  ma ,indubbiamente, anche negli altri suoi quadri quella che prevale é l’inquietudine.

E’ vero, quello che sta succedendo ovunque e quindi anche nelle scuole é lo scatenarsi di una inaccettabile violenza che, bagnata di apparente qualunquismo e menefreghismo, é ancora più inaccettabile di quando la molla che la scatena é un ideale. Questo della inaccettabilità é il punto di vista più ovvio che nessuno, credo, potrebbe negare.

Ma quel quadro di Arcimboldo, visto sottosopra mostra ben altro. Anche tutta la situazione nella scuola e altrove, meditata da un altro punto di vista mostra ben altro. E il viso del cuoco in Arcimboldo non ha l’espressione serena  di un uomo che gioca, ride e prende in giro, non sembra che si stia divertendo a girare tutto sottosopra. Non é una puntata di “Scherzi a parte” quella che stiamo vivendo. Mi ricorda di più un servizio delle Jene la nostra vita oggi. Dobbiamo stare tutti all’erta, é sotto osservazione quello che facciamo, quello che diciamo, quello che scriviamo. Un vaffanculo di un ragazzo al professore, un tempo gesto estremo punito ma sotto sotto accettato perché spesso detto per protesta, per provare ad affermare se stesso e la propria adolescenza, oggi si trasforma. Diventa un accoltellamento fatto per mancanza di coinvolgimento nella propria vita e in quella degli altri.,per assenza dalla propria realtà e da quella del mondo. Un professore che un tempo si poteva innamorare di un’allieva o di un allievo e fare con lei o con lui qualche pazzia, oggi diventa un docente che ricatta , non per amore, ma per potere. Il potere di trascinarsi i suoi giorni con uno stimolo nuovo, forse uno come tanti altri possibili.

Ma allora perché parlo di altri punti di vista per giudicare tutto questo? Perché questo squallore non é possibile che sia fine a se stesso e forse dobbiamo ammettere di essere in un periodo di decadenza: la storia del mondo passa sempre attraverso tre fasi, quella iniziale di sperimentazione, una intermedia di massimo sviluppo e una finale di decadenza. L’abbiamo studiato a scuola e spesso non capivamo cosa volesse dire questa “decadenza”. Eccola qui! Ma cosa c’é sempre dopo la decadenza se non la rinascita per ricominciare da capo? E, lo sappiamo, ogni nuovo passaggio é sempre-e deve esserlo- una salita ad un piano più in alto. Una crescita, insomma.

E a noi probabilmente é capitato di vivere nell’epoca decadente, l’avreste mai detto? Ma se siamo qui in questo preciso momento storico cui seguirà la rinascita non é che magari voglia dire che noi, proprio noi, abbiamo i semi giusti da piantare e spargere perché questa rinascita – che forse noi non vedremo sbocciare ma solo timidamente fare capolino- possa avvenire? Pensiamoci..

 

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Vivere da Alieni

Camminiamo sulle uova, assicurandoci ad ogni passo che tutto sia ancora come era ieri. Così ci perdiamo il miracolo. Attenti soltanto alle uova e all’ordine delle cose soffochiamo lo stupore e restiamo dentro ai limiti del mondo, così come l’abbiamo sempre visto. E non ci chiediamo il perché, non ci facciamo creatori, autori capaci di aggiungere qualcosa di nuovo al mondo per farlo crescere. Camminando sulle uova ci limitiamo a fare i guardiani di quello che é sempre stato, rimpicciolendoci per adattarci ai confini che crediamo siano invalicabili. Impariamo ad adattarci e ci illudiamo che quello che ci hanno detto sia vero e continuiamo  a essere quello che siamo stati credendo che gli altri volessero fossimo così. E viviamo di tutti i “non si può” di cui ci hanno parlato convincendoci che siano i limiti stabiliti. A meno che siamo degli Alieni, uomini e donne che ad un certo punto della loro vita hanno deciso di portarsi fuori, di vivere con i loro ritmi, con i loro bisogni e le loro credenze spesso diverse da quelle degli altri; uomini e donne che ad ogni bivio scelgono di prendere la strada nuova anche senza avere la certezza che sia la via migliore. Non ne sono certi ma sanno seguire la spinta a scegliere di nuovo anziché confermare la realtà conosciuta. Non é facile. Cassandra era un’aliena , aveva il dono di poter vedere, nel suo eterno presente, quello che si sarebbe poi avverato nel piano del tempo lineare. Il suo dramma: nessuno le credeva ma lei sapeva, era certa ogni volta di ciò che aveva visto, proprio perché i suoi occhi erano aperti al di là dello Spazio e del Tempo. Anche Leonardo era un alieno, e lo erano Giulio Verne , Baudelaire, Dante Alighieri, Saffo e Giordano Bruno, ognuno con il proprio modo di viversi fuori degli schemi, al di là di una norma e di una legge eteronome. Ma potremmo supporre che anche Fantozzi sia un Alieno, come lo sono i personaggi sveviani e il Raskolnikov di Dostoievskji, il mitico Pippo disneyano o gli homeless lungo la Senna. Alcuni di loro si sentono separati, come se ci fosse un velo tra loro e il resto del mondo, altri si credono inferiori, temono di non farcela a sopravvivere ad una società che parla una lingua diversa dalla loro, altri invece si ritengono superiori . Ma l’elemento che li accomuna è la consapevolezza della loro unicità , il saper vedere con i propri occhi quella realtà che gli altri si limitano a guardare attraverso delle lenti prefabbricate ed imposte dall’esterno, uguali per tutti. ancora la carrellata può continuare con i sessantottini , i punk e gli sturmer, Loredana Bertè, Madonna, Gianna Nannini, il rasta che rifiuta il mondo borghese e il volontario che parte con i Medici senza Frontiere, il missionario e il devoto di Amma, i Bambini Indaco, il bambino autistico , Mary Poppins, Peter Pan e Mozart.  Ho conosciuto tanti Alieni proprio perché io stessa a tratti lo sono e, lo sappiamo, attiriamo e siamo attratti da chi vibra alla nostra stessa frequenza o a multipli di essa. Ma il problema dell’Alieno è calibrare questo suo sentirsi fuori del mondo, capitato per caso in un pianeta sbagliato, costretto però a parlare questa lingua e molto spesso ad insegnare qualcosa, suo malgrado, ai padroni di casa, non sempre creduto, spesso bistrattato. Ma un po’ più libero.